JUDITH HERRIN.
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BISANZIO.
Storia straordinaria di un impero millenario.
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Parte 1.
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Titolo originale: Byzantium.
Traduzione di: Brian Andrea Bemi e Gastone Breccia.
2008. Edizioni Mondolibri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista
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Presentazione.
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Nel dibattito sulle radici dell'Europa, durante i lavori per la redazione del trattato costituzionale, molti chiesero che il preambolo contenesse un esplicito riferimento alla cristianità, mentre altri sostennero che l'Europa aveva anche e soprattutto radici greche e romane. In realtà è esistito per molti secoli un luogo in cui cristianesimo, romanità ed ellenismo hanno formato uno straordinario impasto politico e culturale. Questo luogo è l'Impero bizantino, lo Stato che ereditò l'autorità dell'Impero romano e fu per molti secoli, insieme alla Cina, la maggiore potenza mondiale. Molto di ciò che noi siamo e abbiamo, proviene da questo antenato. Bisanzio ci ha trasmesso il culto della grande letteratura greca. Ha rielaborato e codificato il diritto romano. Ha fermato l'invasione araba nel 678 e permesso in tal modo all'Europa occidentale di sviluppare le proprie istituzioni. Ha convertito gli slavi della
penisola balcanica e i russi di Kiev. Ha creato le istituzioni politiche e amministrative di quello che poteva considerarsi, nel momento del suo maggiore fulgore, lo Stato moderno. Ha creato ed esportato in Occidente i canoni dell'arte post-romana. Non vi sarebbero stati l'Umanesimo e la riscoperta del mondo classico senza l'apporto degli studiosi bizantini. Non vi sarebbe stato il Rinascimento se l'Italia non fosse stata pacificamente invasa, dopo il 1453, dai profughi di Costantinopoli.
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L'AUTRICE.
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Judith Herrin è una medievalista esperta in una parte del Medioevo vituperata quanto poco conosciuta. Bisanzio antemurale contro l’Islam, Bisanzio imbelle e corrotta; i bizantini vigliacchi e crudeli, senza valori né morale. Quanta ignoranza in ciò!
La Herrin racconta, con uno stile accattivante, la storia di Bisanzio dando un’interpretazione diversa mettendo in luce le figure femminili: Teodora, Irene, Zoe, Anna Comnena, veri capi in una società misogina.
L’autrice analizza le vicende imperiali, le guerre, i modi di vivere e vede soprattutto il fortissimo legame dell’imperatore con la comunità.
 L’imperatore era come un sole che irradiava su tutti la sua luce. È questo il segreto che permette a Bisanzio di resistere per mille anni, ma niente dura in eterno.
Bisanzio muore come impero, ma rimane la sua cultura che ancora affascina tutti. È un lascito meraviglioso che Judith Herrin cerca di spiegare con perizia.
"Bisanzio" è un buon saggio per scoprire nuovi lati del Medioevo troppo spesso svilito dai programmi scolastici.
Judith Herrin è professore di storia bizantina presso il King's College di Londra, dopo aver insegnato a Birmingham, Parigi, Monaco, Istanbul e Princeton. E' autrice di numerosi saggi e articoli accademici.
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Indice di questa parte.
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Introduzione: una storia diversa di Bisanzio.
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PARTE PRIMA. Le fondamenta di Bisanzio.
Capitolo 1. La città di Costantino.
Capitolo 2. Costantinopoli, la più grande città del mondo cristiano.
Capitolo 3. L’impero romano d’Oriente.
Capitolo 4. L’ortodossia greca.
Capitolo 5. La chiesa di Santa Sofia.
Capitolo 6. I mosaici di Ravenna.
Capitolo 7. Il  diritto romano.
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Fine Indice.
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A Tamara e Portia, che hanno chiesto: cos’è Bisanzio?
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INTRODUZIONE.
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UNA STORIA DIVERSA DI BISANZIO.
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Un pomeriggio di qualche anno fa due operai bussarono al mio ufficio del King’s College di Londra. Stavano effettuando delle riparazioni nei vecchi edifici dell’ateneo, e si erano trovati spesso di
fronte alla targhetta sulla mia porta: professore di storia bizantina. Quel giorno avevano deciso di comune accordo di fermarsi e chiedermi cosa fosse la storia bizantina. Pensavano avesse qualcosa a che fare con la Turchia.
Mi sono così trovata a tentare di spiegare brevemente cosa sia la storia bizantina a due operai con tanto di elmetto e scarponi da lavoro. Molti anni di insegnamento non mi avevano preparato a
quella impresa; ho cercato di riassumere una vita di studi in un incontro di dieci minuti. Alla fine mi hanno ringraziato calorosamente, aggiungendo che Bisanzio era davvero un argomento curioso e chiedendomi se non avessi intenzione di scriverne per loro. Dato che per mestiere scrivo libri sulla storia di Bisanzio, stavo per avanzare qualche obiezione. D’altra parte, avevo capito perfettamente cosa intendevano dire. Vengono pubblicati innumerevoli saggi di storia bizantina, perfino troppi, e molti sono eccessivamente lunghi per essere letti. Spesso questi volumi descrivono senza tregua il susseguirsi di novanta imperatori, più di un centinaio di patriarchi e un’infinità di battaglie, nelle prevedibili categorie dell’attività politica, militare e religiosa, lungo un periodo di undici secoli. Pochi sono abbastanza avvincenti da riuscire ad attirare l’attenzione di un operaio, o in ogni caso di un profano qualunque. Così ho deciso di iniziare a dare una risposta alla domanda: «Cos'è la storia bizantina?» Mi sono trovata immediatamente in difficoltà: davo troppe cose per scontate, senza riuscire d’altro canto a resistere alla tentazione di inserire aneddoti poco noti. Ma ero sempre stata orgogliosa della mia
capacità di rendere la storia bizantina interessante anche per un pubblico che avesse scarsa familiarità con la materia.
Mentre cercavo ancora un metodo, mi sono resa conto che un millennio di storia bizantina abbracciava certamente abbastanza eventi stupefacenti, pittoreschi e tragici da poter interessare chi
fosse alla ricerca di emozioni: ma questo avrebbe ridotto la narrazione a una sequenza di episodi drammatici che privavano la vicenda di qualunque spessore storico. Bisanzio significa anche ricchezza, dominio del mare, esercizio del potere imperiale. Ho desiderato quindi che i due operai, e voi lettori, riusciste a intuire perché Bisanzio sia così difficile da afferrare, ardua da collocare e persino oscura.
Tale difficoltà è accresciuta dall’uso giornalistico odierno del termine «bizantino» in senso dispregiativo, in frasi come «norme fiscali di complessità bizantina» (ad esempio in una recente
descrizione degli accordi dell’Unione Europea).
Bisanzio evoca un’immagine di opaca duplicità: da una parte congiure, assassini e mutilazioni fisiche, dall’altra opulenza, lo splendore dell’oro, i gioielli... Nel corso del Medioevo, tuttavia, i
bizantini non conobbero solo intrighi, tradimenti, ipocrisia, ombre o ricchezze, ma anche un gran numero di capi intelligenti, brillanti generali e teologi innovativi, che spesso vengono denigrati ed
etichettati con lo stereotipo «bizantino». Non svilupparono mai qualcosa di paragonabile alla Santa Inquisizione, e in linea di massima evitarono di bruciare le persone sul rogo. Ma resta sempre un’ombra di mistero difficile da dissipare associata a questo mondo «perduto», in parte perché esso non possiede un erede moderno e rimane nascosto dietro lo splendore della sua arte medievale: l’oro, i mosaici, le sete e i palazzi imperiali.
Per motivare la mia valutazione positiva della civiltà bizantina ho tentato, per quanto mi è stato possibile, di evidenziare in modo chiaro e sintetico le sue conquiste più significative; il tutto al fine di rivelare le strutture materiali e la mentalità che la sostennero. In questo modo voglio mantenere viva l’attenzione di voi lettori fino alla fine, per darvi la possibilità di conoscere una nuova civiltà, stranamente simile eppure sostanzialmente diversa dalla nostra.
Essenziale è farvi capire come il mondo moderno occidentale, nato dall’esperienza europea, non avrebbe potuto svilupparsi se non fosse stato protetto e ispirato da ciò che avveniva più a oriente, a
Bisanzio. Il Vicino Oriente è dunque un importante elemento storico, così come la relazione di amore e odio che esiste tra il mondo cristiano e quello dell’Islam musulmano.
Quali sono le caratteristiche fondamentali di questa storia, importante ma poco nota?
Innanzitutto, quella di Bisanzio fu una civiltà millenaria, che influenzò le regioni del Mediterraneo orientale, i Balcani e la stessa Europa occidentale nel corso di tutto il Medioevo. Dal sesto al quindicesimo secolo questo influsso fu più o meno forte, ma comunque costante. La sua civiltà assorbì elementi pagani, cristiani, greci, romani, antichi e propriamente medievali. Le sue influenze artistiche e culturali sono spesso riconosciute oggi come eredità durature; oltre a ciò, a Bisanzio si svilupparono aspetti fondamentali del governo, quali la nascita di una corte imperiale dotata di un servizio diplomatico e di una burocrazia civile, la cerimonia d’incoronazione e l’esercizio femminile del potere, come pure aspetti legati al costume, al comportamento, al gusto.
La magnificenza di Costantinopoli, al centro di un vasto impero, con un suo tradizionale sistema di governo, e la varietà di fonti che lo ispirarono, si unirono per dare enorme fiducia tanto ai
sovrani quanto ai sudditi. È necessario sottolineare questo aspetto di Bisanzio. Già al tempo dell’imperatore Giustiniano (527-565), le strutture portanti dell’impero erano antiche di duecento anni,
e integrate in modo così saldo da apparire immutabili. Esse avevano creato una cultura profondamente radicata che traeva origine non solo da fonti greche e precristiane, ma anche da idee romane e cristiane,
sia dal punto di vista pratico che ideologico (ad esempio, l’argomentazione filosofica e le fortificazioni militari). L’intero sistema veniva celebrato nella retorica e mostrato nell’arte imperiale, concepite entrambe per innalzarlo a un’aura di permanenza senza tempo. Per quanto potessero essere vacui i sentimenti espressi, davano tuttavia sicurezza e accrescevano la fiducia in se stessi degli imperatori bizantini, dei loro cortigiani e persino dei sudditi più umili. Essi costituirono il fondamento dell’eccezionale abilità bizantina ad affrontare le gravi sfide durante il settimo e l'undicesimo secolo, e soprattutto nel 1204. Ogni volta Bisanzio fu in grado di adattarsi e riformarsi facendo ricorso a questi elementi strutturali profondamente radicati, che si fondevano in una feconda consapevolezza del valore delle tradizioni.
In questo senso, la civiltà bizantina incarna la nozione di longue durée di Fernand Braudel: è costituita soprattutto da ciò che sopravvive alle vicissitudini dei mutamenti di governo, alle mode
passeggere o alle innovazioni tecnologiche - un’eredità sempre viva nel tempo, che può sia imprigionare che ispirare. Se Braudel applicò questo concetto soprattutto ai fattori geografici che
determinarono la storia del Mediterraneo, noi possiamo utilizzarlo per distinguere la civiltà bizantina da quelle a lei vicine. Infatti, contrariamente ad altre società medievali occidentali e islamiche, nell’800, ai tempi di Carlo Magno e di Harun al-Rashid, Bisanzio aveva già una storia di molti secoli, e la struttura della sua civiltà rappresentava sia una costrizione che una risorsa da cui trarre vigore. Come vedremo, la civiltà bizantina nacque già vecchia, utilizzando nella stessa capitale, fin dal momento della
costruzione, l’autorità e il prestigio della scultura e dell’architettura antiche. Il suo consolidato modello culturale, condannato da alcuni per il conservatorismo, lodato da altri per il rispetto dei valori tradizionali, fornì un senso di appartenenza condiviso, celebrato in modi originali e mutevoli ma sempre a maggior gloria di Bisanzio. Questo creò una duttile eredità, che al bisogno si dimostrò capace di rispondere con efficacia e determinazione, e di ingrandire, conservare e sostenere l’impero attraverso molti momenti di crisi.
L’identità imperiale di Bisanzio venne rafforzata dalla continuità linguistica, che legava i suoi eruditi medievali all’antica cultura greca, e li spingeva a conservare le opere dei maggiori filosofi,
matematici, astronomi, geografi, storici e dottori attraverso la trascrizione, la pubblicazione e il commento dei testi. Bisanzio apprezzò soprattutto i poemi di Omero e diede alla luce le
prime   edizioni critiche dell'Iliade e dell'Odissea. Anche se gli spettacoli teatrali pubblici vennero abbandonati, le opere di Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane furono studiate a fondo, e spesso mandate a memoria da generazioni di scolari, che impararono anche i discorsi di Demostene e i dialoghi di Platone. Una forte componente dell’antica saggezza pagana venne così incorporata nella
cultura di Bisanzio.
Questa eredità venne amalgamata alla fede cristiana, che gradualmente rimpiazzò il culto degli dèi pagani. Bisanzio vide nascere le prime tradizioni monastiche cristiane sulle montagne sacre come il
Sinai e l’Athos, dove ancora oggi gli insegnamenti spirituali ispirano monaci e pellegrini. L’impero intraprese la conversione di bulgari, serbi e russi al cristianesimo, motivo per cui vaste aree dei Balcani sono ancora ricche di chiese ortodosse decorate con affreschi e icone di epoca medievale; Bisanzio
mantenne inoltre i contatti con i centri cristiani passati sotto il dominio musulmano durante il settimo secolo, sostenendo i patriarchi di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia, così come comunità anche
più distanti quali le Chiese di Etiopia e Sudan, Persia, Armenia e Georgia.
Mettendo a frutto la tradizione romana in campo tecnologico e ingegneristico, a Bisanzio si
continuarono a costruire acquedotti, fortificazioni, strade e ponti, e imponenti edifici quali la chiesa dedicata alla Divina Sapienza, Santa Sofia a Costantinopoli, che ancora oggi mostra la sua
monumentale struttura risalente al sesto secolo, sormontata dalla cupola più grande mai realizzata fino alla costruzione di San Pietro a Roma, mille anni più tardi. La cupola bizantina è stata spesso
restaurata, ma rimane sostanzialmente intatta, ed è stata riprodotta in numerose chiese di dimensioni più modeste in tutto il mondo ortodosso. Essa ispirò anche la struttura delle moschee coperte, costruite quando gli arabi lasciarono la loro terra d’origine nel deserto, dove pregavano in cortili all’aperto.
L’origine bizantina della Cupola della Roccia a Gerusalemme, così chiamata per commemorare un episodio della vita di Maometto, è visibile non solo nel soffitto circolare, ma anche nei vivaci mosaici: all’imperatore Giustiniano secondo, nel settimo secolo,   venne esplicitamente richiesto dal califfo ’Abd al-Malik
di inviare artigiani bizantini per tagliare le tessere di vetro e le pietre colorate, che risplendono ogni volta che vengono sfiorate dalla luce solare. Proprio questi artigiani furono forse anche gli autori dell’iscrizione coranica lunga duecentoquaranta metri che corre attorno alla base della cupola, che definisce l’Islam la rivelazione finale di Allah (Dio), superiore a tutte le altre.
Da Roma, Bisanzio ereditò inoltre un sistema legale efficiente ed evoluto e una gloriosa tradizione militare. Entrambi rappresentarono un sostegno per l’impero durante la sua lunga storia. In
teoria, la società bizantina visse secondo le norme del diritto; i giudici venivano formati, retribuiti e resi
responsabili della risoluzione delle controversie. In tutto l’impero, la popolazione rivolgeva le proprie
lagnanze ai tribunali, accettandone poi le sentenze. Sebbene le celebri legioni romane non sopravvissero oltre il settimo secolo, unità sia di fanteria che di cavalleria continuarono a essere addestrate secondo i principi dei manuali romani. Tattiche di combattimento navale e terrestre, armi d’assedio,
metodi per la fornitura dei viveri alle forze in campo, armature e altre protezioni, tutti questi elementi
vennero adattati ispirandosi alla tradizione militare più antica. La composizione del «fuoco greco», una sostanza che brucia anche sull’acqua, rimase un segreto di stato: ancora oggi non conosciamo la precisa combinazione dei suoi componenti. Sebbene una simile arma fosse stata poi sviluppata anche dagli arabi, il fuoco greco seminò spesso il terrore tra chi non lo conosceva, nelle battaglie navali come negli assedi.
Bisanzio si considerava il centro del mondo, e Costantinopoli l’erede di Roma. Anche se di
lingua greca, si identificò con l’impero romano, e i suoi abitanti vennero chiamati sempre e solo
«romani». Bisanzio mantenne il proprio ruolo-guida nei confronti delle comunità greche in Sicilia e
nell’Italia meridionale, prodotti dell’antica emigrazione ellenica; inoltre, offrì protezione e stimolò la
crescita delle città costiere italiane, come Amalfi e Venezia, che prosperarono grazie al commercio
internazionale. Al momento opportuno, queste presero il sopravvento su Bisanzio come centri
economici indipendenti, sviluppando capacità navali   e mercantili superiori: ma il loro debito nei
confronti dell’impero è comunque chiaro. Le loro cattedrali, adornate da portali bronzei commissionati
a Costantinopoli, sono spesso decorate con marmi, mosaici e icone in stile bizantino. La loro prosperità
nacque sotto l’ala della protezione imperiale.
Per noi, oggi, la caratteristica più significativa di Bisanzio è rappresentata forse dal suo storico
ruolo di protezione dell’Occidente cristiano durante l’Alto Medioevo. Fino al settimo secolo Bisanzio fu davvero l’impero romano. Governò il Nord Africa e l’Egitto, i granai che sfamavano Roma e
Costantinopoli; e poi l’Italia meridionale, la Terra Santa, l’Asia Minore fino al monte Ararat, tutta
l’odierna Grecia e gran parte dei Balcani. Successivamente le tribù arabe ispirate dalla nuova religione
islamica conquistarono gran parte del Mediterraneo orientale. Gli arabi combattevano in nome di una
rivelazione che si presentava come erede delle fedi ebraica e cristiana. Bisanzio ne contrastò
l’espansione in Asia Minore e difese efficacemente il passaggio dei Dardanelli, impedendo così
l’ingresso degli arabi nei Balcani; la stessa Costantinopoli resistette a numerosi assedi.
L’obiettivo dei musulmani di occupare Costantinopoli, farne la propria capitale e passare quindi
alla conquista dell’intero mondo romano appariva più che legittimo, oltre che logico: dal momento che
l’Islam affermava la propria superiorità rispetto a cristianesimo ed ebraismo, le sue forze avrebbero
necessariamente rimpiazzato quelle di Roma e sostituito le strutture politiche del mondo antico.
Secondo l’ambiziosa prospettiva delineata nel Corano, l’intero Mediterraneo avrebbe dovuto essere
riunito sotto il controllo musulmano; anche il mondo persiano di fede zoroastriana doveva soccombere
all’Islam. Con una serie di campagne militari straordinariamente rapide, condotte a termine con
successo tra il 634 e il 644, i guerrieri delle tribù arabe arrivarono vicini al raggiungimento di questo
obiettivo, segnando la prima vera svolta della storia bizantina.
Se Bisanzio non ne avesse fermato l’espansione nel 678, le armate musulmane, rese anche più
forti dalle risorse di Costantinopoli, avrebbero diffuso l’Islam attraverso i Balcani, e di qui in
Italia e in Occidente già nel corso del settimo secolo, un periodo in cui la frammentazione politica
riduceva la possibilità di una difesa organizzata. Evitando tale conquista, Bisanzio permise di fatto la
nascita dell’Europa e diede alle forze della cristianità occidentale, allora divise in piccole entità, il
tempo necessario per potersi consolidare e sviluppare. Cento anni dopo la morte del profeta Maometto
nel 632, Carlo Martello sconfisse gli invasori musulmani provenienti dalla Spagna nella Francia
centrale, nei pressi di Poitiers, costringendoli alla ritirata oltre i Pirenei. La nascente idea di Europa si
sviluppò gradualmente sotto il nipote e omonimo di Carlo, Carlo Magno. Questi e i suoi successori
combatterono le loro battaglie, e furono capaci di creare la loro Europa.
Durante il Medioevo, la maggior parte degli ecclesiastici e dei sovrani occidentali erano
consapevoli, anche se in modo piuttosto vago, dell’esistenza della civiltà cristiana di Bisanzio in
Oriente.
Anche se Bisanzio esercitò il suo potere su un impero di dimensioni assai minori rispetto a
quello romano nel momento della massima espansione, dal settimo al quindicesimo secolo fu comunque in grado di
sviluppare nuove forme politiche e culturali, combinando molti diversi influssi presi dal proprio passato
per dare vita a una nuova civiltà medievale, che attirò molte tribù settentrionali non cristiane. Bulgari,
russi e serbi adottarono via via la fede cristiana e alcuni elementi della civiltà bizantina. Per circa
settecento anni Bisanzio rimase un faro di fede ortodossa e di cultura classica.
Il periodo delle crociate pose Bisanzio al centro dello sforzo cristiano per la liberazione dei
Luoghi Santi dal dominio musulmano. A partire dall'undicesimo secolo Bisanzio e l’Occidente impararono a
poco a poco a conoscersi, ma spesso con esiti del tutto negativi.
Malgrado il successo della prima crociata, che portò alla creazione del regno latino di
Gerusalemme, la quarta crociata si rivolse invece contro Costantinopoli, concludendosi con il
saccheggio della città nel 1204, il secondo grande momento di svolta della storia bizantina. L’impero
non fu più in grado di recuperare la sua forza, né di ripristinare l’antica struttura dello Stato. Anche se
riconquistarono la capitale nel 1261, per tenerla fino al 1453, quando Costantinopoli cadde nelle mani
dei turchi, gli imperatori   bizantini dell’ultimo periodo regnarono su quella che, in effetti, era diventata solo una città-stato.
Curiosamente, l’influenza culturale bizantina si diffuse in proporzione quasi inversa rispetto alla
reale potenza politica dell’impero. A partire dal 1204, quando numerosi capolavori vennero trasportati
in Europa occidentale, il contributo di Bisanzio alla rinascita dell’arte e dell’erudizione occidentali fu
davvero notevole. Nel sedicesimo secolo insegnanti bizantini di greco trovarono impiego nelle università
italiane, e i loro allievi mossero i primi passi nella traduzione degli scritti di Platone. Le opere di
Aristotele avevano già raggiunto l’Occidente grazie al mondo musulmano, ma la maggior parte della
filosofia platonica era rimasta fino ad allora sconosciuta. Nel corso dei negoziati di Firenze, che nel
1439 portarono alla riunificazione della Chiesa orientale e occidentale, le pubbliche lezioni tenute dal
celebre filosofo ed erudito greco Giorgio Gemisto Pletone indussero Cosimo de’ Medici a fondare
l’Accademia platonica. Il contributo bizantino al Rinascimento italiano cominciò dunque molto prima
del 1453, quando i turchi conquistarono Costantinopoli e ne fecero la propria capitale. A seguito della
caduta della città, i profughi che si recarono in Italia con i loro manoscritti diedero poi un forte impulso
ai nuovi studi letterari e alle nuove arti; e alcuni decenni più tardi, quando i riformatori protestanti
condannarono l’arte religiosa, sostenendo la necessità di una forma più spirituale di devozione
cristiana, si servirono dei testi patristici e biblici raccolti dagli iconoclasti bizantini dell’ottavo e nono secolo.
In questo libro ho cercato di spiegare cosa fosse Bisanzio, nonché i modi e il senso della sua
vicenda storica. Questa visione certo molto personale è nata dalle mie precedenti ricerche - pubblicate
con il titolo The Formation of Christendom - sul significato della religione durante i primi secoli del
Medioevo. Le questioni di fede erano di vitale importanza per gli uomini di quell’epoca, cosa che non è
assolutamente familiare ai moderni occidentali: ma tanto la storiografia laica quanto, a livello più
popolare, i molti che apprezzano l’arte medievale devono necessariamente sforzarsi di   comprenderne
il motivo. Oltre alle questioni cruciali che di volta in volta unirono o divisero i cristiani, il loro mondo
religioso era affollato di altre fedi: politeisti non convertiti, proseliti dei culti orientali, seguaci di Mani
e Zoroastro, oltre alle antiche comunità giudaiche.
L’Islam provocò un profondo sconvolgimento di questo complesso scenario, ed ebbe un
impatto notevole su tutti coloro che vivevano sulle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, in
Siria, in Spagna e nelle regioni intermedie. Nell'ottavo secolo, a Bisanzio, la prima distruzione ufficiale
di icone (iconoclastia) causò una tale opposizione da indurre molta gente comune a sacrificare la
propria vita per le immagini sacre. Mentre l’Islam sviluppava un totale rifiuto delle immagini, Roma
affermava piena fedeltà alle icone, e i teologi di Carlo Magno dubitavano della propria... L’ottavo e il nono
furono quindi secoli critici per l’ulteriore evoluzione di tre regioni separate ma connesse tra loro,
l’Oriente bizantino, il Sud islamico (Egitto, Nord Africa e Spagna) e l’Occidente latino, da cui nasceva
l’Europa: una divisione che è durata fino ai nostri giorni.
Un ulteriore motivo di interesse di questo periodo storico sta nell’esplicita devozione femminile
per le icone della Bisanzio medievale, fatto forse connesso con l’esclusione delle donne dalla gerarchia
ecclesiastica. Questo aspetto pone inoltre una questione relativa alle motivazioni che spinsero due
diverse imperatrici (di cui scrivo nel libro Women in Purple) a ristabilire la venerazione delle immagini
sacre nel 787 e nell’843. Credo che quando Irene e Teodora rovesciarono la politica iconoclasta,
introdotta e sostenuta dai loro mariti e da altri parenti più lontani, abbiano agito con tutta la
spregiudicatezza e l’astuzia tipiche degli uomini. Tuttavia, nel prendere tali iniziative, esse finirono per
assumere un rilievo politico senza paralleli in altre società medievali. Quindi, benché gli storici del
tempo abbiano considerato il loro amore per le icone come una caratteristica tipica della debolezza
femminile, è chiaro che esso ebbe invece un significato molto più vasto, che sono propensa ad
associare alla tradizione bizantina del governo femminile, la « femminilità imperiale».
L’archeologia mi ha offerto un’altra via per conoscere i bizantini. Durante gli scavi in Grecia, a
Cipro e nella moschea Kalenderhane, un sito molto importante nel cuore di Costantinopoli, la moderna
Istanbul, sono entrata in contatto con la cultura materiale su cui venne costruita la civiltà di Bisanzio.
Esplorare le chiese di Creta e Citerà, un’isola al largo della costa meridionale della Grecia, e catalogare
il vasellame della tenuta di Kouklia nella Cipro sud-occidentale, ci avvicina a chi vi abitò durante il
Medioevo. Nel corso della mia prima spedizione archeologica a Paphos, anch’essa in territorio cipriota,
scoprimmo i resti di uno scheletro femminile tra le rovine del castello di Saranda Kolones, ancora
adomato degli anelli in oro e perle che la donna indossava nel momento del terremoto del 1222. A
Istanbul, alcuni operai addetti alla riparazione di una perdita d’acqua nella moschea Kalenderhane
trovarono una nicchia nei pressi del monumentale acquedotto che domina ancora la città antica. Uno di
loro, scorrendo con le dita sull’estremità di un pannello, scoprì alcune tessere appartenenti a un antico
mosaico cristiano - raffigurante la Vergine nell’atto di presentare a Simeone il Cristo bambino -, che
probabilmente era stato nascosto dietro una parete di mattoni per salvarlo dalla distruzione per mano
degli iconoclasti. Analogamente, un’intera cappella decorata con affreschi dedicati a san Francesco
d’Assisi venne murata nel 1261, quando i frati lasciarono Costantinopoli alla fine dell’occupazione
latina. Questi due stupendi esempi d’arte cristiana, orientale e occidentale, sono stati restaurati da
Ernest Hawkins, e sono oggi visibili al Museo archeologico di Istanbul.
La mia percezione di Bisanzio è stata resa più vivida dalla conoscenza diretta delle
testimonianze del suo dominio medievale. Da adolescente mi portarono in visita a Ravenna, nell’Italia
settentrionale, dove rimasi estremamente colpita dai ritratti musivi dell’imperatore Giustiniano e di sua
moglie Teodora, dalle stelle nel firmamento celeste nel mausoleo di Galla Placidia, e dalle processioni
di santi e dalle greggi di pecore che adornano le chiese della città. Nel 2005, oltre quarant'anni più
tardi, ho avuto il privilegio di arrampicarmi fino al soffitto della chiesa del   monastero di Santa
Caterina nella penisola del Sinai, edificato dalla stessa coppia di imperatori, nonostante le migliaia di
chilometri che dividono l’Adriatico dal mar Rosso. Qui, dove si ritiene si trovasse il roveto ardente e
dove a Mosè venne ordinato di camminare scalzo per la santità della terra che calpestava, ho letto le
iscrizioni che ricordano il patrocinio di Giustiniano e Teodora, intagliate nelle travi originali del sesto
secolo sopravvissute fino a oggi, mai attaccate dalle termiti, grazie al clima asciutto del deserto
egiziano. Tali esperienze concrete danno immediatezza a ciò che gli storici bizantini hanno scritto
sull’imperatore e sua moglie.
A Roma, in Sicilia, a Mosca, ovviamente a Costantinopoli, in tutta la Turchia, in Grecia e nei
Balcani è possibile incontrare le vestigia di Bisanzio. Ma nulla è pari alla meraviglia della scoperta dei
mosaici bizantini nel mihrab della Mezquita, la Grande moschea di Cordoba, in Spagna, commissionati
dal califfo al-Hakam il nel decimosecolo; oppure alla sorpresa che si prova quando si giunge nel tardo
pomeriggio a Trebisonda, sul mar Nero, dopo il lungo viaggio attraverso le Alpi Pontiche, e si solleva
lo sguardo verso il palazzo che sovrasta la città.
Ma Bisanzio sopravvive anche nell’esperienza di assistere alla discesa del fuoco pasquale nel
Santo Sepolcro di Gerusalemme, quando nella completa oscurità il metropolita emerge dalla tomba con
una candela accesa, a simboleggiare la resurrezione di Cristo, da cui ogni fedele accende il proprio
lume. Anche nella moderna Atene, la folla che scende dal monte Licabetto con le candele dopo la
mezzanotte della domenica di Pasqua ricorda da vicino il potere evocativo delle cerimonie che per
quasi due millenni hanno continuato a celebrare tale ricorrenza.
Per ragioni che saranno chiarite nel corso di questo libro, le testimonianze materiali dell’arte e
della civiltà di Bisanzio sono oggi disperse in tutta Europa, conservate talora in musei dove non ci si
aspetterebbe di poterle incontrare. Imbattersi nella seta bizantina detta «mantello di Alessandro» in
Baviera, o trovare il contratto matrimoniale di Teofano e Ottone secondo a Wolfenbüttel, o avori del decimo secolo
riutilizzati come piatti per le rilegature dei   codici, ci fa apprezzare la perizia degli artigiani e la
raffinatezza della cultura capace di ispirare tali oggetti di lusso. Essi sono stati conservati in Occidente
per secoli, anche se proprio gli eruditi e gli ecclesiastici occidentali furono responsabili della diffusione
di molti dei fuorvianti luoghi comuni legati alla nozione di «bizantino».
Bisanzio mi è diventata sempre più familiare ogni volta che mi sono trovata a preparare un
corso sulla sua storia, e ringrazio tutti gli studenti che, durante molti anni di insegnamento, hanno
messo alla prova le mie idee. Benché sia consuetudine riconoscere i benefici di questo tipo di influsso
esterno, devo aggiungere che la mia nomina a Princeton nel 1990 mi ha fornito un ulteriore, inatteso
vantaggio, esponendomi alle critiche di un gruppo di laureati particolarmente brillanti attirati da quella
facoltà di storia senza rivali. Sono stata incoraggiata a cercare nuovi modi per comunicare la mia
passione per Bisanzio; Christine Stansell, una dei miei colleghi di allora, mi ha poi fatto visita a
Londra, chiedendomi con simpatia e aspettativa se fosse arrivato «il momento di raccogliere i frutti».
Questo libro è nato almeno in parte grazie a lei, oltre che ai miei inattesi visitatori.
Ciò mi riporta al problema della forma. Anche nella Londra di Shakespeare, il bisante e il
caviale erano ugualmente conosciuti: una moneta d’oro così chiamata in onore di Bisanzio e le uova di
pesce consumate in quantità dai suoi abitanti. In questi modi indiretti, l’eredità di Bisanzio riaffiora in
molti luoghi inaspettati.
Questo libro cerca di spiegare perché. Piuttosto che seguire il modello dei numerosi studi e delle
introduzioni già dedicati all’argomento, ho deciso di selezionare avvenimenti, monumenti e individui
particolari caratteristici di Bisanzio, e di analizzarli a fondo in una cornice che segua le divisioni
fondamentali della storia bizantina. I primi sette capitoli sono dedicati a temi basilari come la città di
Costantinopoli, la legge e l’ortodossia, e spaziano attraverso l’intero millennio bizantino. Nei capitoli
successivi ho seguito invece l’evolversi della civiltà di Bisanzio secolo per secolo. Ho dovuto
affrontare soprattutto un problema di selezione, perché è stato davvero difficile decidersi a lasciare da
parte i molti   aneddoti degni di nota, e una massa di particolari capaci di suscitare interesse. Posso
solo offrire una scelta di meze, un piatto di antipasti. Le letture consigliate al termine del volume
possono incoraggiare molti percorsi conoscitivi più completi; qui ho cercato soprattutto di rispondere
alla domanda postami dagli operai del King’s College, e di spiegare perché tutti noi dovremmo
conoscere meglio la storia di Bisanzio.

PARTE PRIMA. LE FONDAMENTA DI BISANZIO.
Capitolo 1.
LA CITTÀ DI COSTANTINO.

Costantino decise di rendere la città una sede adatta per un imperatore (...) La circondò con un
muro (...) tagliando l’intero istmo da mare a mare. Costruì un palazzo non molto inferiore a quello di
Roma. Adornò splendidamente l’ippodromo, incorporandovi il tempio dei Dioscuri.
Zosimo, Storia nuova, fine del quinto secolo
Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul sorge in un sito naturale tra i più straordinari. Come New York, Sydney e Hong Kong, è una grande metropoli con un porto di acque profonde che conduce il
mare nel cuore stesso della città. La prossimità dell’acqua, il gioco della luce del sole sulle onde e le
prospettive aperte verso l’orizzonte creano una qualità luminosa molto speciale. Quando Costantino,
all’inizio del quarto secolo, si trovò a dover scegliere la nuova capitale per l’impero romano, venne attirato
da tale sito, da cui avrebbe potuto controllare le rotte marine e terrestri dall’Asia all’Europa. Egli trovò
un luogo adatto dotato di un porto sicuro sul Corno d’Oro, che poteva essere chiuso da una catena per
tenere lontane le navi nemiche e fornire riparo dalle pericolose correnti del Bosforo. Lì dove si narra
che Leandro, protagonista del mito greco, avrebbe attraversato a nuoto lo stretto al fine di corteggiare
l’amata Ero, oggi dominano le petroliere russe; ma anche se la moderna Istanbul conta dodici milioni di
abitanti, il panorama di Costantinopoli sul Bosforo rimane magnifico. Fino a pochi anni fa era possibile
noleggiare una piccola imbarcazione e farsi trasportare fino alle vecchie case di legno costruite durante
il   periodo ottomano, ognuna con il suo approdo. Inoltre, sebbene oggi siano presenti due ponti che
collegano l’Asia all’Europa, i traghetti passeggeri continuano ad attraversare il Bosforo, offrendo tazze
di tè nero e semits, ciambelle ricoperte di sesamo. Nelle belle giornate, a Istanbul, uno dei grandi
piaceri della vita è sedersi sul ponte di uno di questi battelli e godere della splendida veduta della città
di Costantino.
Nato a Nis, nel centro dei Balcani, Costantino era figlio dell’imperatore Costanzo Cloro, uno
dei quattro sovrani creati da Diocleziano nel tentativo di fornire al vasto mondo romano l’elemento di
stabilità di cui c’era così grande bisogno. La tetrarchia, o «governo di quattro», divise effettivamente
l’impero in due metà, ciascuna retta da due imperatori che agivano di comune accordo, insieme ad altri
due colleghi che avrebbero assunto i pieni poteri alla morte dei primi. Il sistema venne destabilizzato
dalle ambizioni dei figli degli imperatori, ai quali era stato negato un ruolo ufficiale. Proprio Costantino
evidenziò questo problema dopo la morte del padre, avvenuta a York nel 306, quando fu acclamato
imperatore dalle sue truppe. Egli non fu riconosciuto da Licinio, l’imperatore senior in Oriente; peggio
ancora, pochi anni più tardi tre diversi comandanti militari si trovarono a rivendicare il titolo imperiale
in Occidente. Muovendo dall’Inghilterra verso sud, Costantino combattè e sconfisse gli altri
pretendenti, fino ad affrontare Massenzio al Ponte Milvio, nei pressi di Roma, nel 312. Dopo questa
decisiva vittoria Costantino fece il suo ingresso trionfale nella Città Eterna, dove fu acclamato dal
Senato; egli si rifiutò tuttavia di ringraziare gli dèi per il successo all’Altare della Vittoria, come voleva
la tradizione. Più tardi dichiarò di aver visto una Croce in cielo, che aveva interpretato come un segno
inviatogli dal Dio dei cristiani, che gli prometteva la vittoria. Costantino, dopo essersi conquistato il
rango di imperatore d’Occidente con la forza delle armi, si preparava a trattare con Licinio, imperatore
d’Oriente.
I due sovrani si incontrarono a Milano nel 313 e consolidarono la loro comune amministrazione
attraverso alleanze matrimoniali che unificarono l’impero. Decisero inoltre di emanare un editto
di   tolleranza, che stabiliva la libertà di culto per tutte le religioni, tra cui quella cristiana, a patto che i
fedeli delle varie divinità pregassero anche per la salvezza dell’impero romano e dei suoi monarchi. Da
allora, i cristiani hanno sempre pregato per la salute dei propri sovrani. Quali che fossero le convinzioni
personali di Costantino (si veda sotto), nel 313 egli compì un primo passo per rendere la fede cristiana
religione ufficiale dell’impero e favorì notevolmente i suoi seguaci. L’accesa rivalità tra i due sovrani
fu risolta soltanto undici anni dopo, quando Costantino sconfisse Licinio a Crisopoli, sulla riva asiatica
del Bosforo. Egli imprigionò il suo avversario, lo mandò in esilio a Tessalonica e lo fece poi
assassinare a tradimento. In questo modo Costantino, nel 324, divenne sovrano non solo
dell’Occidente, ma del più vasto, ricco e popoloso Oriente. Aveva viaggiato e combattuto attraverso
l’intero mondo romano, che avrebbe governato per altri tredici anni, fino alla morte (337).
Dopo la vittoria su Licinio, Costantino decise che l’impero aveva bisogno di una capitale in
Oriente, più vicina al nemico più pericoloso, la Persia, che minacciava spesso di invadere il territorio
romano. Fu presa in considerazione l’antica città di Troia; Costantino decise tuttavia per la colonia
fondata dai greci di Megara sulla riva europea del Bosforo, forse nel settimo secolo a.C.
Da tali mitiche origini la città di Bisanzio (Byzantion) si era sviluppata fino a ottenere il pieno
controllo del traffico navale sulle insidiose acque che dividono il mar Nero dal mar di Marmara, che a
sua volta si versa nell’Egeo attraverso i Dardanelli.
Bisanzio era stata costruita su un’altura con un porto ben protetto sul Corno d’Oro. Poiché il mare la circondava su tre lati (a nord il Corno d’Oro, a est il Bosforo, a sud il mar di Marmara), l’unica
fortificazione necessaria a completare la difesa della città era una muraglia a occidente. Inoltre, Bisanzio controllava le rotte marittime adatte al redditizio trasporto di beni dall’estremo Nord (ambra, pelli, metalli e legna) e dal Mediterraneo (olio, grano, papiro, lino e spezie importate dall’estremo
Oriente), così come il commercio terrestre tra l’Occidente e l’Asia. Durante il tardo secondo  secolo, l’imperatore Settimio Severo ne rafforzò le mura, da sempre un punto critico, e aggiunse nuovi edifici monumentali.
Costantino trasformò Bisanzio in una nuova capitale cui diede il proprio nome, così come
Adriano aveva fondato Adrianopoli e Alessandro Magno Alessandria. Nel 324, rispettando il
cerimoniale tradizionale, venne tracciato il solco che segnava le nuove mura terrestri, che
quadruplicavano l’estensione della città e ne sfruttavano al massimo la posizione, abbracciando - come
narra Zosimo - un’area di circa otto chilometri quadrati. Furono previste porte nelle mura occidentali,
lungo il mar di Marmara e il Corno d’Oro. Dopo sei anni di intensi lavori, la città di Costantino,
Costantinopoli, veniva inaugurata, l’11 maggio 330, con celebrazioni che riecheggiavano l’antico
orgoglio cittadino e le festività dell’Urbe. Nell’ippodromo furono organizzate corse di bighe e di
cavalli, lo sport prediletto dai romani; furono aperte al pubblico le nuove terme di Zeusippo, e furono
distribuite alla popolazione vettovaglie, indumenti e denaro. I privilegiati abitanti della nuova capitale
adottarono il nome di «bizantini», facendo rimarcare in tal modo la loro affinità con l’antica colonia di
Bisanzio, e desiderando distinguersi come i suoi veri cittadini.
La città di Costantino attirò a sé le grandi rotte commerciali, terrestri e marittime che si
incrociavano nel passaggio navigabile che separa l’Europa dall’Asia. A differenza della colonia greca
di Crisopoli, sulla sponda asiatica del Bosforo, Costantinopoli era protetta da un’elevata penisola
rocciosa. Uno dei vantaggi dell’essere quasi completamente circondata dalle acque consisteva nel fatto
che il muro occidentale costruito attraverso la penisola poteva racchiudere una vasta area con una linea
fortificata relativamente poco estesa. Inoltre, è più difficile che i difensori vengano colti di sorpresa da
un attacco via terra. Era necessario un costante rifornimento idrico, garantito da acquedotti e cisterne
per la raccolta dell’acqua piovana; e, con il suo facile accesso alle fertili aree circostanti e le vicine
ricche zone di pesca, Costantinopoli poteva trasformarsi in una fortezza estremamente difficile da
espugnare.
Nonostante tali vantaggi naturali, l’elemento decisivo nella di  fesa della città furono sempre i
suoi abitanti, le loro istituzioni, la loro cultura e l’organizzazione creata all’interno delle mura. Fin dal
principio Costantinopoli fu anche chiamata «Nuova Roma»: come l’antica Roma, venne divisa in
quattordici regioni distribuite su sette colli, collegate da ampie strade che si irradiavano dal centro alle
porte delle mura occidentali. Le sue piazze erano decorate con antiche sculture provenienti da ogni
parte dell’impero. Sull’acropoli affacciata sul Bosforo si ergevano due templi dedicati a Rea, la madre
degli dei, e alla Fortuna Romae (la Fortuna di Roma). Nel foro di Costantino si innalzava un’imponente
colonna in porfido composta da porzioni di roccia importate dall’Egitto; sulla sommità, una statua
pagana di Apollo era stata adattata per rappresentare l’imperatore. Opere d’arte decoravano i portici
attorno a questo spazio pubblico di forma circolare, con archi trionfali a est e a ovest che segnavano
l’ingresso nella Mese (la via principale).
Al fine di abbellire la sua nuova capitale Costantino raccolse opere d’arte da ogni parte
dell’impero, tra cui la «colonna serpentina» da Delfi, eretta dopo la vittoria greca sui persiani a Platea
(479 a.C.). L’ippodromo divenne un museo a cielo aperto, ornato da immagini apotropaiche e memorie
di vittorie di età greco-romana. Statue di divinità pagane (Zeus, Eracle), di animali selvaggi e fantastici,
di sovrani come Alessandro Magno, Giulio Cesare e Augusto, e di Roma, identificata nella lupa con
Romolo e Remo, si alternavano con simboli del mondo militare. Sopra i cancelli di partenza vennero
collocati quattro splendidi cavalli bronzei, al fine di ispirare concorrenti e pubblico ricordando loro le
abilità dimostrate dai romani nelle corse sin dai tempi antichi.
Con le sue ampie vie che collegavano le varie regioni, fiancheggiate da colonnati dove
commercianti e artigiani conducevano le proprie attività, la nuova capitale era costruita per stupire.
Nella sua città Costantino coniò il solidus (in greco nomisma), già introdotto in Occidente nel
309. Si trattava di un nuovo tipo di moneta aurea del peso di ventiquattro carati, che divenne la più
affidabile valuta della tarda antichità e del mondo bizantino. Fino agli inizi dell’undicesimo secolo tutti gli
imperatori avrebbero coniato mo  nete auree di analoga finezza e qualità, mantenendone stabile il
valore per oltre ottocento anni, un risultato davvero straordinario.
Poiché sulle monete apparivano tradizionalmente personificazioni di Roma o della Vittoria,
Costantino adattò tale modello ai propri scopi facendo raffigurare la Tyche (la Fortuna) di Costantinopoli: una donna in trono che porta sul capo una corona turrita simbolo delle mura cittadine, e tiene una cornucopia a simboleggiare la ricchezza - allegoria femminile del potere maschile, come spiega Marina Warner. Le monete imperiali battute a Costantinopoli diffusero ampiamente il simbolo della nuova capitale. L’iconografia cristiana rimpiazzò poi per gradi quella antica: la Croce venne usata per la prima volta nel sesto secolo, e il ritratto di Cristo alla fine del settimo. Dopo il settimo secolo il nomisma divenne l’unico tipo di moneta aurea disponibile nel Medioevo, e venne molto apprezzato in zone che coniavano solo argento. Sono state trovate monete bizantine in Scandinavia, nell’Europa occidentale, in Russia, in Persia e a Ceylon.
Nel fondare la sua Nuova Roma, Costantino primo trasferì molte caratteristiche dell’Antica Roma dal Tevere al Bosforo. Concesse terre e privilegi alle famiglie senatorie che accettavano di trasferirsi in Oriente, e organizzò un nuovo Senato a Costantinopoli. Il diritto a ricevere la distribuzione gratuita di
pane venne legato alla realizzazione di nuove abitazioni: a chi costruiva una casa nella Nuova Roma
venne assegnato un gettone che permetteva quotidianamente il ritiro di pane fresco in luoghi prestabiliti
in tutte le regioni della città. Per assicurare i rifornimenti furono costruiti silos per il grano e cisterne
d’acqua. Nel 359 fu poi nominato un prefetto per governare la città sul modello di Roma, e vennero
concentrati a Costantinopoli tutti gli organi dell’amministrazione imperiale. Seguendo il modello
romano del panem et circenses (si veda il capitolo 3), Costantino completò la costruzione dell’ippodromo, e assegnò a dei professionisti (appartenenti alle fazioni - le squadre - del circo) il compito di organizzare le gare e gli spettacoli tanto amati nel mondo antico.
Dal 330 fino alla sua morte nel 337 Costantino continuò le sue campagne militari in Oriente, spostandosi di palazzo in palazzo   anziché risiedere stabilmente a Costantinopoli. Dopo la sua vittoria
iniziale a Roma, egli tornò solo una volta nell’antica capitale, per celebrare il decimo anniversario del suo regno (315), occasione in cui consacrò la nuova basilica e il suo arco trionfale, che ancora oggi domina il Foro. La sua nuova fondazione crebbe a spese di Roma e di altre città precedentemente usate come residenze imperiali: Treviri, Nicomedia - favorita da Diocleziano -, Sirmio sul Danubio o
Antiochia, oggi al confine tra Turchia e Siria. Nonostante molte famiglie senatorie fossero rimaste in Occidente, Costantinopoli attrasse artigiani, architetti, mercanti e avventurieri; la nuova corte aveva poi bisogno di uomini di cultura che cantassero le lodi degli imperatori cristiani e dirigessero l’amministrazione dello stato. Priva di una casta di antiche famiglie orgogliose della propria
genealogia, sul modello romano, Costantinopoli fu più aperta al talento: i nuovi venuti capaci di
affermarsi vennero rapidamente promossi a posizioni di prestigio.
Questo tipo di mobilità sociale significò per la città una separazione meno pronunciata tra
aristocrazia e plebe, anche se gli arrivisti vennero sempre fatti oggetto di scherno, e gli schiavi
duramente maltrattati.
La natura e il grado della dedizione di Costantino al cristianesimo sono ancor oggi oggetto di
discussione: il suo biografo Eusebio le enfatizza più di ogni altro aspetto, mentre gli storici pagani
narrano la sua devozione per il Sole Invitto (Sol Invictus) ereditata dal padre. Alla fine del quinto secolo
Zosimo accusa Costantino di essere stato l’origine di tutti i mali dell’impero romano, sostenendo che
egli avrebbe abbandonato la religione degli avi e il culto delle divinità pagane, poiché «un certo
egiziano gli assicurò che la religione cristiana poteva salvarlo dalla colpa». Lo storico narra anche
perché l’imperatore si sentisse così colpevole: Costantino aveva infatti ucciso il proprio figlio Crispo
sulla base del sospetto di un’unione illecita con l’imperatrice Fausta, madre adottiva del giovane - che
poi lo stesso Costantino fece rinchiudere in un bagno surriscaldato fino a provocarne la morte. Egli fu
di fatto battezzato nella nuova fede soltanto al momento del trapasso: ma allora non era inusuale
posporre all’estremo la ceri  monia, a causa del desiderio dei cristiani di non peccare dopo il battesimo.
La presenza di diverse versioni della visione della Croce prima della battaglia del Ponte Milvio
suggerisce che si tratti di una leggenda, anche se gli autori cristiani posteriori la considerarono come il
momento della conversione dell’imperatore. Certo è che nell’inverno del 312-313, a Roma, Costantino
ordinò al governatore di Cartagine di restituire al vescovo locale i beni dei cristiani confiscati durante
una recente persecuzione, e di corrispondere un risarcimento in denaro qualora gli oggetti fossero stati
venduti o fusi. Questo implica un deciso mutamento rispetto alla precedente visione romana del
cristianesimo come di una forza capace di corrompere la potenza militare e negare la debita
venerazione agli antichi dèi e agli imperatori.
Se Costantino appoggiò i capi delle comunità cristiane e finanziò la costruzione di chiese, i suoi
figli permisero invece la fondazione in Italia di un tempio dedicato al culto della famiglia imperiale,
con tanto di sacerdoti addetti alla celebrazione di sacrifici secondo l’antica tradizione pagana. Allo
stesso tempo, sembra che alcuni templi si videro costretti a cedere le proprie statue e rimuovere i
metalli preziosi che ricoprivano portali e soffitti. L’elemento sacrificale del culto pagano venne
gradualmente limitato: l’uccisione degli animali fu sostituita dall’offerta incruenta al Dio cristiano. Dal
momento che anche molti filosofi pagani avevano sottolineato la necessità di una comprensione del
significato spirituale del «sacrificio», quest’ultima misura non può tuttavia essere considerata una
limitazione specificamente cristiana: essa rivela comunque il graduale abbandono del sacrificio
animale, momento culminante del culto pagano. Che si sia convertito grazie alla visione del 312 o in
punto di morte nel 337, Costantino per gran parte della propria vita adulta si comportò come un
protettore del cristianesimo, appoggiando le comunità prima perseguitate, donando alle nuove grandi
chiese arredi liturgici in metallo prezioso ricoperti di gemme, e cercando di collaborare più da vicino
alla definizione dei dogmi della fede.
Il numero degli edifici religiosi di Costantinopoli effettivamen  te costruiti da Costantino è
incerto. Egli progettò probabilmente la chiesa dei Santi Apostoli, a cui fu annesso il mausoleo
imperiale, la cattedrale di Sant’Irene e le chiese dedicate al culto di due martiri del luogo, Mozio e
Acacio. Fuori dalla sua capitale Costantino prestò particolare attenzione ai luoghi collegati alla vita
terrena di Gesù, inviando la madre Elena in Terra Santa nel 326.
Durante questo primo pellegrinaggio imperiale, Elena fondò a Betlemme una chiesa in
corrispondenza della mangiatoia della Natività, e una a Gerusalemme, sul sepolcro presso il Golgota,
dove si dice anche che abbia scoperto la reliquia della Vera Croce.
Elena distribuì inoltre denaro alle truppe, cosa che può essere stata in realtà lo scopo principale
del suo viaggio. La madre di Costantino fissò un modello per i pellegrinaggi successivi, facilitati dalla
costruzione di ostelli e ospedali. Nel 335 Costantino stesso seguì le sue orme; dedicò un altro santuario
al Salvatore e partecipò a un concilio a Gerusalemme, prima di celebrare il trentesimo anniversario del proprio regno.
Con un decisivo distacco dalla tradizione imperiale della cremazione, Costantino venne sepolto secondo il rito cristiano nel mausoleo costruito per ospitare le reliquie dei dodici apostoli.
L’imperatore volle essere deposto accanto ai discepoli prediletti da Cristo; il suo biografo Eusebio lo descrive come pari agli apostoli e tredicesimo tra loro, nonostante l’atteggiamento dell’imperatore suggerisca che egli si considerasse addirittura superiore. Il figlio di Costantino, Costanzo secondo, completò la chiesa e nel 356-357 vi fece traslare le reliquie attribuite ai santi Timoteo,
Luca e Andrea. I sovrani successivi arricchirono l’impressionante collezione di reliquie cittadine: il
velo, la cinta e il sudario della Vergine, deposti nel suo santuario alle Blacheme, assunsero particolare
importanza. Gli imperatori erano soliti rendere omaggio annuale a tali reliquie e al mausoleo,
incensando le tombe, accendendo candele e pregando per i loro predecessori: furono cerimonie di
questo tipo che consolidarono il senso di una linea ininterrotta di sovrani cristiani inaugurata da Costantino.
A causa di una tradizione onomastica che divenne prevalente a Bisanzio, e che ne complica la
storia, molti tra i successivi impe  ratori furono chiamati Costantino, undici in tutto. Per alcuni di loro
valse la prassi comune di dare al figlio primogenito il nome del nonno paterno; altri furono acclamati
come nuovi «Costantino», per enfatizzare le loro qualità che li rendevano pari al fondatore di Bisanzio,
altri ancora scelsero di aggiungere «Costantino» al proprio nome, come Eraclio-Costantino all’inizio
del settimo secolo. Oltre a questi undici Costantino, vi sono otto imperatori chiamati Michele, otto
Giovanni e tre Leone, che vengono elencati alla fine di questo volume nel tentativo di distinguerli per
cronologia e imprese compiute. Nessuno tra questi, tuttavia, riuscì a rivaleggiare davvero con
l’intramontabile prestigio del primo Costantino.
Il culto di questo imperatore e della sua devota madre si sviluppò gradualmente in un modello
di governo. Aneddoti leggendari sulla loro devozione cancellarono il coinvolgimento di Costantino
nella morte del figlio e della seconda moglie, così come cancellarono i racconti sulle oscure origini di
Elena. Un momento fondamentale di questo processo di idealizzazione si ebbe nel 451, durante il
concilio di Calcedonia, quando Marciano e Pulcheria, imperatore e imperatrice, furono acclamati come
«nuovo Costantino e nuova Elena». Marciano venne anche paragonato a Paolo e a Davide, mentre si
diceva che Pulcheria avesse dimostrato la stessa fede e lo stesso fervore religioso di Elena. I membri
della corte e gli ufficiali civili che avevano organizzato tali acclamazioni avevano senz’altro ben chiara
l’importanza di esaltare in quei termini i loro sovrani del quinto secolo. Essi contribuirono nello stesso
tempo anche alla trasformazione del fondatore di Costantinopoli e di sua madre in santi della Chiesa
cristiana: come tali infatti appaiono nelle più tarde leggende medievali e negli affreschi, dove vengono
spesso raffigurati a fianco della Vera Croce.

Capitolo 2.
COSTANTINOPOLI, LA PIÙ GRANDE CITTÀ DEL MONDO CRISTIANO.

O città imperiale, città fortificata, città del grande sovrano...
Regina tra le regine delle città, canto dei canti, splendore degli splendori!
Niceta Coniata, inizio del tredicesimo secolo
Nella lunga storia di Costantinopoli una prima grave crisi si verificò cinquantanni dopo la morte
di Costantino primo, quando i goti inflissero una dura sconfitta ai romani nella battaglia di Adrianopoli, il 9
agosto del 378. L’imperatore Valente (364-378), che si era messo in marcia alla testa di un forte
esercito per respingere i barbari senza attendere rinforzi da Occidente, cadde in combattimento insieme
ad alcuni tra i più esperti comandanti della pars Orientis, e l’intera classe dirigente venne decimata.
Solo due generali riuscirono a fuggire, portando la notizia del disastro al giovane imperatore
d’Occidente Graziano (375-383), mentre i goti saccheggiavano impunemente la Tracia fino alle mura
della città di Costantino.
Per fronteggiare la crisi l’impero fece allora ricorso alla tradizionale abilità diplomatica, mentre
la popolazione si rifugiava al riparo delle fortificazioni. Graziano, ormai unico sovrano, fece richiamare
Teodosio, un militare di carriera ritiratosi nei suoi possedimenti in Spagna, alla periferia del mondo
mediterraneo.
Inizialmente le trattative riguardarono solo la sua nomina alla guida di ciò che restava
dell’esercito orientale; ma dal momento che Valente non aveva un successore, e la divisione
dell’impero   richiedeva ormai la presenza di due sovrani, Teodosio non mancò di comprendere il
significato implicito in tale proposta. Accettò dunque il comando militare nei Balcani, e fu
successivamente acclamato imperatore dalle truppe. Dopo una campagna contro i    goti, Teodosio
stipulò la pace con gli invasori, e nel novembre del 380 faceva il suo ingresso trionfale a
Costantinopoli, dove non era mai stato prima. Terminava così un interregno durato due anni: la Nuova
Roma aveva un nuovo sovrano, e il suo futuro era assicurato.
Teodosio I (379-395) era un cristiano fervente; già nel 381 convocò un concilio per condannare
le proposizioni della fede ariana, e promulgò quindi leggi severe contro la celebrazione dei riti pagani.
Ma lasciò anche nella città di Costantinopoli un’impronta del tutto in linea con la tradizione: fece infatti
costruire un nuovo foro, dove venne collocata una colonna con la sua statua, e ordinò la realizzazione
di un monumentale mostravento, utilizzato come orologio pubblico alla stregua della Torre dei Venti di
Atene. Sulla spina centrale dell’ippodromo, attorno alla quale correvano i carri, fece anche innalzare un
obelisco egizio proveniente da Kamak che celebrava una vittoria del 1440 a.C., testimonianza della più
antica lingua e della più antica religione del Mediterraneo orientale, da lungo tempo dimenticate - un
ennesimo simbolo della gloria militare romana. Alla base dell’obelisco Teodosio si fece rappresentare
come arbitro delle gare, affiancato dalla propria corte, con ballerine e musicanti e una massa di barbari
che gli offrivano tributi. Sul lato settentrionale del basamento dei bassorilievi documentano le tecniche
utilizzate per innalzare il massiccio monolite, un fatto ricordato anche da iscrizioni latine e greche.
Sebbene a Costantinopoli i terremoti provocassero spesso il crollo di edifici e la caduta di statue dalle
colonne, l’obelisco rimane ancora oggi dove venne collocato dagli ingegneri del quarto secolo, nel 390, su
quattro supporti angolari posti sul basamento.
Sotto la nuova dinastia fondata da Teodosio il mondo romano subì una profonda trasformazione. Nel 395, poco prima di morire, l’imperatore divise l’impero tra i suoi due figli: Onorio
di  venne sovrano in Occidente, Arcadio in Oriente. Durante i primi anni del quinto secolo, l’impero
d’Occidente venne travolto dalla crescente pressione di forze non romane - goti, unni, vandali e franchi
- che estesero a poco a poco il loro dominio barbarico su diverse regioni. Roma venne saccheggiata due
volte, nel 410 e nel 455: l’ultimo imperatore d’Occidente fu deposto nel 476, lasciando il potere in
Italia nelle mani del generale sciro Odoacre, che la governava formalmente come rex gentium (re di un
popolo barbaro) e patricius dell’impero d’Oriente. La Nuova Roma invece si espanse e prosperò a
spese dell’antica, anche perché alcuni contingenti barbari vennero persuasi col denaro dagli imperatori
d’Oriente a rivolgere le loro mire espansionistiche verso ovest.
Attraverso questo lungo processo la metà orientale del mondo romano divenne ciò che oggi
definiamo Bisanzio (vedi capitolo 3).
Costantinopoli crebbe così rapidamente da rendere necessaria nel 412 la costruzione di nuove
mura circa un chilometro e mezzo più a ovest delle originali difese costantiniane. L’anno seguente fu
completata una massiccia tripla linea di fortificazioni, della lunghezza di sei chilometri, che ancora
oggi suscita stupore: con un muro interno alto undici metri e torri ogni settanta-settantacinque metri, un
muro intermedio più basso, anch’esso dotato di torri, una terza muraglia esterna e un profondo fossato,
queste fortificazioni avrebbero protetto la città fino al 1204. Furono anche realizzate mura marittime
lungo le barriere naturali del Corno d’Oro e del mar di Marmara. Il territorio racchiuso da queste nuove
opere difensive aumentò l’estensione della città di circa cinque chilometri quadrati, includendo gli
antichi cimiteri, riguardo ai quali gli uomini addetti alla costruzione narravano storie inquietanti, essi
stessi spaventati di turbare la pace delle tombe scoprendo statue funerarie e ossa nei sepolcri. La
maggior parte di questo territorio fu lasciato all’agricoltura, con vigne, orti e frutteti, che si estendevano
anche oltre le mura. Sotto l’imperatore Anastasio (491-518) furono costruite le Lunghe Mura tra
Selymbria sul mar di Marmara e il mar Nero, per una distanza complessiva di quarantacinque
chilometri, come anello esterno di difesa di Costantinopoli: oggi gli storici le interpretano
tuttavia   come un segno del deteriorarsi della situazione militare, dal momento che erano concepite
per difendersi da un invasore che si trovasse ormai soltanto sessantacinque chilometri a ovest della
città. Tutti gli imperatori vollero aggiungere alla capitale monumenti come le grandi colonne
commemorative, o migliorare i suoi mercati e i suoi porti, e costruire chiese, monasteri e ampliamenti
al palazzo imperiale. Nel quarto secolo è attribuita a Valente la realizzazione di un acquedotto che sfruttava
le sorgenti di Bizye, in Tracia, a una distanza di centoventi chilometri in linea d’aria dalla città. Questa
grandiosa opera pubblica, destinata a garantire i rifornimenti idrici alla popolazione della capitale,
domina ancora il panorama della città antica; invisibile, ma non meno importante, esisteva poi nel
sottosuolo un complesso sistema di fogne per il drenaggio delle acque reflue. L’acqua veniva usata per
terme e fontane pubbliche e private, e conservata in cisterne rivestite di cemento impermeabile. Uno
dei maggiori serbatoi d’acqua fu costruito nel 421 all’interno della nuova cinta muraria di
Costantinopoli, probabilmente dal prefetto Ezio, con una capacità di 250-300.000 metri cubi.
Giustiniano aggiunse una grandiosa cisterna coperta nei pressi della basilica, con 336 colonne, alcune
delle quali innalzate su antichi blocchi statuari, come quello che raffigura una colossale testa di
Medusa; tale cisterna aveva una capacità di circa 78.000 metri cubi. La visita a questo monumento con
i debiti son et lumière costituisce una delle principali attrazioni turistiche della moderna Istanbul - ma
dà anche l’idea di come la città fosse in grado di sostenere un assedio.
Grazie alle sue magnifiche opere difensive e alle notevoli possibilità di immagazzinare acqua e
grano, Costantinopoli resistette a numerose offensive, la più notevole a opera di forze avare, slave e
persiane nel 626, e a vari assedi. L’attacco del 626 fu breve ma pericoloso, a causa dell’assenza dalla
città dell’imperatore Eraclio (610-641). Occupato nella lunga campagna contro i persiani in Oriente,
egli lasciò Costantinopoli sotto la guida del patriarca Sergio e del generale Bono. Avari e slavi
circondarono la città via terra e bloccarono l’approvvigionamento idrico distruggendo   l’acquedotto,
mentre un contingente persiano sbarcava sulle coste asiatiche del Bosforo. Bono organizzò la flotta al
fine di evitare che gli slavi riuscissero a trasportare i contingenti persiani attraverso il Bosforo, avviò
trattative con il khagan avaro e guidò personalmente sortite contro gli assedianti. Nel frattempo, il
patriarca raccolse l’intera popolazione in processione intorno alle mura cittadine, portando le icone di
Cristo e intonando l’inno Akathistos per invocare la divina assistenza della Madre di Dio.
Quando gli avari costruirono macchine d’assedio e attaccarono le mura, alcuni testimoni oculari
raccontarono di aver visto alla guida dei difensori una figura di donna, che fu poi identificata con la
Vergine. La sopravvivenza di Costantinopoli contro forze così spaventosamente superiori parve
richiedere davvero l’intervento di poteri soprannaturali. Essi vennero considerati da allora una
caratteristica della città, che già rivendicava il titolo di Theotokoupolis, città della Madre di Dio, protetta dalle sue reliquie.
Dopo il 626 furono gli arabi a tentare l’impresa della conquista di Costantinopoli, che avrebbero voluto trasformare nella propria capitale. Molti assedi fallirono durante il settimo secolo: sotto Anastasio secondo (713-715) i bizantini capirono che un attacco in forze era imminente, e l’imperatore ordinò l’evacuazione di tutte le famiglie che non possedessero viveri sufficienti per tre anni: un chiaro segno della volontà di sostenere un lungo assedio. Appena prima dell’arrivo degli arabi (due eserciti via terra più la flotta), nella primavera del 717, Leone terzo veniva insediato come nuovo imperatore. Egli impiegò
la consueta combinazione di diplomazia e strategia militare, convincendo i cazari a minacciare gli arabi
alle spalle, mentre utilizzava il cosiddetto fuoco greco contro le loro navi. Dopo un inverno
estremamente duro, durante il quale gli assedianti furono costretti a cibarsi dei propri cammelli,
l’attacco riprese con rinnovato vigore, ma al riparo delle mura i difensori resistettero. L’estate seguente
il califfo fu costretto quindi a ordinare la ritirata, e il suo esercito subì ulteriori sconfitte sulla via del
ritorno. Bisanzio celebrò la vittoria del 718 con annuali cerimonie liturgiche il 15 agosto, in
coincidenza con la Koimesis della Vergine (Dormizione, nota in Occidente come Assunzione).
Anche   se la Chiesa attribuiva la vittoria all’intercessione della Vergine, Leone terzo si prese il merito per l’organizzazione della difesa.
Quando gli arabi vennero resi relativamente inoffensivi dalle loro discordie intestine, i bulgari ne presero il posto nel tentare la conquista di Costantinopoli. I loro attacchi più pericolosi si
verificarono agli inizi del nono secolo e di nuovo intorno al 920: ma a causa soprattutto delle difficoltà logistiche connesse all’eccessiva lunghezza delle loro linee di comunicazione essi non riuscirono a pianificare un lungo assedio, e in entrambe le occasioni dovettero ritirarsi dopo poche settimane. In seguito fu la volta dei russi, che attraversarono il mar Nero e attaccarono la città nell’860, nel 941 e nel 1043. Costantinopoli resistette ogni volta con successo. Nel dodicesimo secolo, tuttavia, l’assedio dei crociati
latini del 1204 riuscì ad avere ragione delle difese - attraverso il Corno d’Oro - ma solo grazie a inganno, tradimento e debolezza interna, piuttosto che alla forza militare. La dolorosa storia
dell’attacco cristiano a Costantinopoli verrà narrata in seguito, nel capitolo 24. Nonostante il devastante saccheggio e l’occupazione latina di Costantinopoli durata ben cinquantasette anni, la città recuperò il proprio carattere bizantino e una parte della sua gloria passata tra il 1261 e il 1453. Infine, nel maggio
del 1453, le fortificazioni risalenti al quinto secolo non furono più in grado di opporsi validamente alla
polvere da sparo e alle palle di cannone dell’esercito turco.
Nel corso del periodo bizantino, la popolazione della città subì notevoli oscillazioni a causa di
vari fattori. Una crescita costante iniziata nel quarto secolo portò il numero degli abitanti a quasi mezzo milione sotto il regno dell’imperatore Giustiniano (527-565). Sebbene le stime quantitative, in questo campo, siano in buona misura frutto di supposizioni, il numero di 500.000 sembra abbastanza attendibile, poiché è basato sul calcolo della capacità di carico della flotta di navi onerarie che
trasportavano le provviste alla città, nonché sull’analisi dell’azione di governo e sulla costruzione di
edifici al suo interno. La Nuova Roma attirava un numero tale di abitanti da renderla senza dubbio la città più grande del mondo tardoantico, mentre l’Antica Roma era in declino. Nel 541, un’epidemia di peste bubbonica colpì l’intero impero, lasciando dietro sé una scia di morte mentre si spostava da
regione a regione, diffusa dai ratti a bordo delle navi e dai prodotti trasportati sulla terraferma. Quando
lo storico Procopio tentò di descriverne l’orrore, si basò sul famoso racconto tucidideo della peste
ateniese del quinto secolo a.C. Egli aggiunse all’antico modello le proprie osservazioni, narrando come i
vivi non fossero sufficienti a seppellire i morti, che venivano quindi gettati oltre le mura in fosse
comuni. La popolazione subì un drastico calo non solo nel 541-42, ma anche a causa del frequentesettimoiffondersi di nuove epidemie tra il settimo e l’ottavo secolo. Oltre a ciò, una serie di terremoti colpì la capitale provocando altro terrore, distruzione e perdita di vite umane. Nel 740 un terribile sisma rase al
suolo la chiesa di Sant’Irene e molti altri edifici, portando la popolazione cittadina a un livello certamente basso.
Costantino quinto (741-775) rovesciò la tendenza al depauperamento demografico della capitale
avviando un preciso piano di ricostruzione, che prese avvio proprio dalla chiesa di Sant’Irene, che
venne restaurata in forma ancora più splendida. Fatto importante per la città, nel 766 Costantino quinto
organizzò l’immigrazione forzata di migliaia di operai per la riparazione dell’acquedotto principale,
tagliato durante l’assedio del 626. La manodopera venne reclutata nel Ponto, in Asia, Grecia e nelle
isole dell’Egeo, e con ogni probabilità rimase a Costantinopoli una volta concluso il lavoro.
Costantino fece inoltre riparare un orologio del Gran Palazzo, e in un’ambasceria del 757 fece
dono ai franchi di un organo, uno strumento musicale per il quale l’imperatore aveva sempre mostrato
grande interesse. Queste meraviglie della tecnologia dell’epoca erano probabilmente azionate da
energia idraulica, la stessa utilizzata per le fontane e i dispositivi meccanici dorati della corte bizantina.
Nuove chiese - come la chiesa del Faro, accanto alla torre di segnalazione luminosa all’interno del
Gran Palazzo rispecchiarono l’ambiziosa strategia di Costantino quinto volta alla rigenerazione della vita
cittadina, strategia che attirò verso la capitale nuovi abitanti e mercanti. Grazie all’espansione interna e
alla ripresa degli scambi, Costantinopoli riguadagnò la propria posizione di fulcro del commercio internazionale.
Come centro dell’amministrazione imperiale, della diplomazia, del mecenatismo di corte e dell’apprendistato nelle varie forme d’arte, la città forniva opportunità a persone provenienti dalle
province, e anche da più lontano, in cerca di occupazione o di un patrono, oltre che a mercenari e capi spirituali. A metà del nono secolo, ad esempio, un lottatore e domatore di cavalli di nome Basilio usò il proprio talento prima per ingraziarsi e quindi per soppiantare l’imperatore Michele terzo nell’867. Ma anche chi non possedeva abilità particolari poteva trovare impiego nei grandi palazzi e nei monasteri
della città. Le giovani donne si battevano per un posto a corte, dove numerose damigelle servivano la
persona dell’imperatrice, attirando l’attenzione di potenziali mariti.
Alcuni stranieri, identificati da soprannomi che facevano riferimento alla nazione di provenienza quali «l’italiano» o «lo Slavo», assunsero posizioni di rilievo. Le strette relazioni con il
Caucaso incrementarono questa società multiculturale, in cui uomini provenienti dall’ambiente militare facevano spesso carriere invidiabili. Gli imperatori Filippico (711-713) e Romano primo (921944), un comandante navale, provenivano entrambi dall’Armenia, mentre Leone terzo (717-741) da una famiglia
siriana trasferitasi in Isauria, nell’Asia Minore meridionale. Già nel nono secolo Costantinopoli era nuovamente ricca di numerose ville e palazzi costruiti da singoli facoltosi committenti, patriarchi,
ufficiali imperiali e amministratori.
Durante il tardo undicesimo e il dodicesimo secolo, quando i turchi selgiuchidi avanzarono in Asia Minore (si
veda il capitolo 21), molti profughi fuggirono a Costantinopoli. Nonostante l’ovvia crescita demografica, la città sembra essere stata in grado di sfamare tutti, un riflesso dell’efficace sfruttamento
delle aziende agricole situate nelle province occidentali dell’impero, molte delle quali di proprietà di
istituzioni religiose, come i monasteri del monte Athos.
Già alla fine del dodicesimo secolo uno dei monasteri più grandi, la Grande Lavra, possedeva una
piccola flotta di barche con la quale trasportava l’eccedenza di grano dai propri possedimenti fuori dei
confini della Montagna Sacra fino alla capitale. Nonostante sia impossibile proporre stime esatte della
popolazione di Costanti  nopoli, è da prendere in considerazione la testimonianza dei visitatori
occidentali, che si stupivano dinanzi alla moltitudine degli abitanti e alle strade affollate. Goffredo di
Villehardouin, autore di un’importante cronaca della quarta crociata, morto tra il 1212 e il 1218,
riteneva che nella capitale vivessero 400.000 abitanti, un dato plausibile. Egli esprime con chiarezza la
convinzione che Costantinopoli fosse la città più grande della cristianità.
Entro le sue mura, Costantinopoli conteneva numerosi monasteri, chiese e santuari, che
attiravano pellegrini e devoti provenienti da ogni parte del mondo cristiano. Nel quinto secolo Daniele, un
monaco siriaco, innalzò una sua colonna fuori dalle mura e vi si stabilì, offrendo poi ammaestramenti
dalla sua cima persino agli imperatori. Simili asceti godevano di particolare rispetto da parte dei
vescovi, che si trovavano a capo dell’amministrazione della Chiesa. Il patriarca di Costantinopoli si
occupava dell’educazione religiosa, raccogliendo un gran numero di testi teologici. Allo stesso tempo
sopravviveva un’importante tradizione di educazione secolare, risalente a tempi antichissimi. Nel 425
Teodosio secondo rafforzò questo elemento con l’istituzione di trentuno cattedre per insegnanti di grammatica
greca e latina, retorica, filosofia e diritto in un settore speciale del Campidoglio cittadino. Grazie al
convinto patrocinio imperiale, Costantinopoli rimase il centro di tutti gli studi superiori di diritto, come
pure del quadrivium avanzato di scienze matematiche e filosofia. Nel frattempo, la sorella maggiore di
Teodosio, Pulcheria, incoraggiava il culto della Madre di Dio con speciali liturgie che duravano tutta la
notte.
Con il supporto dell’imperatrice Verina, moglie di Leone I
(457-474) questo culto venne imperniato su due importanti santuari cittadini, quello delle
Blacherne, presso l’estremità nordoccidentale delle mura, e quello di Chalkoprateia, il quartiere degli
artigiani del rame nei pressi del Gran Palazzo. Oltre alle veneratissime reliquie del velo, deña cintura e
del sudario, la devozione popolare fu rafforzata grazie a particolari icone della Vergine con il Bambino
e dal ciclo liturgico delle sue feste, celebrate in preghiere e sermoni. Alcuni dipinti furono ritenuti
opera di san Luca e fatti risalire quindi al periodo della vita della Vergine stessa. I successivi sovrani
continuarono ad accrescere la collezione imperiale di reliquie; agli inizi del decimosecolo Leone sesto fece
collocare due icone miracolose ai lati dell’entrata principale della cattedrale di Santa Sofia (si veda il
capitolo 5). I viaggiatori occidentali del tempo delle crociate espressero il proprio stupore di fronte ai
tesori cristiani conservati a Costantinopoli, unito alla sorpresa per la presenza a corte di tanti eunuchi
(si veda il capitolo 15).
Anche i visitatori musulmani forniscono interessanti commenti su Costantinopoli e sui
bizantini. Nell’undicesimo secolo, il diplomatico e storico al-Marwasi riferisce: «I rum sono una grande
nazione.
Possiedono grandi territori, ricchi di ottimi prodotti. Hanno talento nelle arti e perizia nella
fabbricazione di (vari) oggetti, stoffe, tappeti e imbarcazioni».
Il termine «rum» è una versione approssimativa di « romano», il solo usato dai bizantini per
descrivere se stessi. Marwasi credeva che soltanto i cinesi li potessero superare nelle arti, e dato che lui
stesso aveva visitato la corte del Gran Khan, era nella posizione più adatta per esprimere un giudizio.
Egli descrive anche le ricchezze di Bisanzio, riferendo che l’impero derivava i suoi proventi da «tasse
che riscuotono dai mercanti e dalle navi di ogni regione (...) e dalle carovane che giungono per terra
(...) dalla Siria, dagli slavi, dai rus e altri popoli». Per molti viaggiatori occidentali la ricchezza dei
cittadini di Costantinopoli, che indossavano abiti in seta e si cibavano di caviale, sembrava davvero
qualcosa di eccezionale. Per cittadini colti come Niceta Coniata, che narra la storia di Bisanzio dal
1118 al 1206, Costantinopoli fu veramente «regina tra le regine delle città», con un gioco di parole sul
termine basilissa, che significa sia «imperiale», «dominante», che «imperatrice» o «regina». La sua
grandezza derivava sia dalla sua bellezza, costellata com’era di monumenti e collezioni di opere d’arte,
sia dalla sua ricchezza. Tutto ciò contribuì a generare un senso di invidia da parte del mondo
occidentale, esacerbato dal fatto che Alessio quarto non avesse mantenuto la promessa di pagare le forze
della quarta crociata, fatto che condusse al sacco della città del 1204.
Anche se Costantinopoli non riuscì mai a tornare al numero di abitanti precedente al 1204,
mantenne comunque una posizione di predominio in campo intellettuale fino alla conquista turca del
1453, continuando ad attirare mercanti, artisti e studiosi che promossero la costruzione di nuovi edifici
e il rinnovamento della decorazione di varie chiese. Lo statista e studioso Teodoro Metochites
(1270-1332) restaurò l’antica fondazione monastica di Chora (Kariye Camii), nel settore
nord-occidentale della città, facendo eseguire nuovi magnifici mosaici e affreschi. Ispirandosi alla
storia e alla potenza dell’impero, architetti e artigiani diedero nuove forme espressive alla civiltà
bizantina, come si può osservare ad esempio nelle cappelle funerarie con le tombe dei committenti che
furono realizzate in molte chiese. Il giudizio dei viaggiatori arabi nella città continuava a essere
positivo: agli inizi del tredicesimo secolo al-Harawi riferisce che «Costantinopoli è una città anche più grande
della sua reputazione», aggiungendo poi: «possa Dio nella sua grazia e generosità renderla capitale dell’Islam».
Nel quattordicesimo secolo, al-Qazwini sosteneva che «non fu mai costruito niente di paragonabile, né
prima né dopo», mentre il grande storico e sociologo Ibn Khaldun (1332-1406) la descrisse come una
«città magnifica, sede dei Cesari, contenente opere famose per la loro costruzione e il loro splendore».
Tali apprezzamenti contribuirono alla determinazione dei turchi ottomani di farne la propria
capitale. Dopo l’assedio del 1453 il sultano Maometto secondo permise tre giorni di saccheggi, impiegando
poi molti anni nella ricostruzione e nel ripopolamento della città. Le chiese sormontate da cupole
ispirarono la sua «moschea del Conquistatore» (Fatih Camii), innalzata in corrispondenza della chiesa
dei Santi Apostoli, alla quale era annesso il mausoleo imperiale. Anche dopo la conquista turca
Costantinopoli continuò dunque a vivere come capitale del nuovo impero ottomano.
Per cinquecento anni fu conosciuta come la «Sublime Porta», centro della diplomazia
internazionale e dell’azione politica nel Vicino Oriente. Costantinopoli riuniva in sé la stimolante
combinazione di commercio estero, attività mercantile locale, burocrazia e cerimoniali.
Oggi la città non è più capitale della Turchia e le sue antiche mura sono circondate da nuove
autostrade e vasti sobborghi. Il viale Ataturk attraversa gli archi del grande acquedotto di Valente; la
torre costruita dai genovesi a Galata, il quartiere settentrionale oltre il Corno d’Oro (noto anche come
Pera), sbuca in mezzo agli edifici moderni che la circondano, mentre le cupole di Santa Sofia e della
Moschea Azzurra rivaleggiano per catturare l’attenzione nella città vecchia. Ma la città di Costantino è
ancora riconoscibile con i suoi panorami, i suoi spazi pubblici e i suoi monumenti, che continuano a
evocare lo splendore di millesettecento anni di storia.

Capitolo 3. L’IMPERO ROMANO D’ORIENTE
Scagliate i vostri giavellotti e le vostre frecce contro di loro (...) in modo che sappiano di
combattere (...) contro i discendenti dei greci e dei romani.
L’imperatore Costantino undicesimo Paleologo alle sue truppe il 28 maggio 1453 (dalla Cronaca dello Pseudo-Sfrantzes)
L’espansione dell’impero romano e la diffusione della sua cultura in Gran Bretagna, Nord
Africa, nei Balcani, in Egitto, nell’Europa centrale e nel Vicino Oriente è un fenomeno che ancor oggi
suscita stupore. Grazie alla sua capacità di riscuotere tributi in tutte le province per finanziare ulteriori
operazioni militari e mantenere la burocrazia centrale, l’amministrazione romana ottenne un controllo
fino ad allora inimmaginabile su territori molto diversi tra loro. La forza dell’impero risiedeva nel
sistema che permetteva di integrare le regioni conquistate in modo da contribuire al proprio potere. Fu
utilizzata al meglio la pratica di reclutare i talenti migliori a livello locale e sfruttarli a vantaggio dello
stato, mentre le regioni stesse venivano ridotte a un ruolo subordinato.
Sebbene il latino venisse usato ovunque in Occidente, il greco rimase la lingua franca di tutte le
regioni orientali. Fino al sesto secolo, l’impero bizantino utilizzò entrambe le lingue antiche. I funzionari
inviati da Occidente nella metà orientale dell’impero furono spesso forniti di glossari che per ciascun
termine latino fornivano l’equivalente greco spiegandone l’utilizzo locale. Il lavoro di traduzione dal
greco al latino fu principalmente opera di   studiosi cristiani, che vollero rendere accessibili le Scritture
e le opere teologiche al pubblico occidentale. Di contro, una percentuale molto minore di scritti latini fu
tradotta in greco. La maggior parte delle opere di Cicerone, Ovidio, Virgilio e Orazio, ad esempio,
rimase sconosciuta al pubblico monoglotta di lingua greca; la maggior parte delle persone di buona
cultura, in ogni caso, erano bilingui. Ammiano Marcellino (ca. 330-392), originario di Antiochia, che si
definiva un greco e un soldato, scrisse una storia della sua epoca in latino, narrando le campagne
militari dell’imperatore Giuliano; celebrò anche in modo brillante la bellezza di luoghi antichi quali il
tempio di Serapide ad Alessandria, distrutto dai cristiani nel 391, o il foro di Traiano a Roma.
Benché gli imperatori si impegnassero a mantenere l’unità in un impero così vasto, riconobbero
le difficoltà nell’imporre un governo comune a regioni tanto distanti tra loro. La soluzione adottata da
Diocleziano (284-305) divise efficacemente l’impero in due metà, ciascuna retta da un imperatore
anziano, cui solo spettava il titolo di augustus, coadiuvato da un collega più giovane (junior), il caesar.
I due imperatori seniores avrebbero dovuto lavorare di comune accordo, promulgando leggi valide per
entrambe le parti del mondo romano, difendendo nel contempo i territori di loro specifica competenza.
Questo «governo dei quattro» (tetrarchia) aveva lo scopo di rendere più solida ed efficace
l’amministrazione civile e la difesa militare. Esso ebbe l’effetto desiderato, tanto da permettere a
Diocleziano di ritirarsi dopo vent’anni di regno, quando i due colleghi juniores divennero imperatori.
Ma, come abbiamo visto nel primo capitolo, Costantino rovesciò il sistema, con l’intento di divenire
unico sovrano, restaurando così la monarchia.
Tuttavia, durante il quarto secolo, la monarchia non ebbe maggior successo della tetrarchia nel
risolvere i problemi dell’impero romano. I discendenti e successori di Costantino vennero infatti messi
alla prova da due diverse minacce militari. A Oriente i romani dovettero contenere la Persia, da sempre
considerata «l’altro occhio» nel volto del mondo allora conosciuto; contemporaneamente, a nord e a
ovest le tribù germaniche erano sempre   ansiose di invadere e occupare i territori romani. Privi di
scrittura, moneta, leggi e di un sistema di governo ben riconoscibile, i germani erano tradizionalmente
considerati rozzi barbari. Prima di diventare imperatore, Giuliano (361-363) fu costretto a condurre
operazioni militari sia contro gli alamanni a est del Reno, sia contro i persiani oltre l’Eufrate. Nessun
imperatore avrebbe potuto difendere simultaneamente tutti i confini di un impero così esteso.
Nel 395 Teodosio I impose una diversa soluzione con la divisione formale dell’impero tra i suoi
due figli: Onorio fu acclamato imperatore in Occidente e Arcadio in Oriente. Ma i due giovani
imperatori avevano bisogno di protettori e consiglieri, e i comandanti militari seppero sfruttare a
proprio vantaggio questa situazione. Stilicone (di origini vandale e romane) ottenne il controllo in
occidente, mentre Eutropio, schiavo emancipato ed eunuco, prese il potere in Oriente. Essi incarnarono
il reclutamento di forze non romane - principalmente goti - nell’esercito: una necessità che permise ai
soldati barbari di aspirare ai ranghi più alti.
Sebbene tale processo si manifestasse in entrambe le metà dell’impero, l’influenza barbara fu
molto più pericolosa in Occidente. Una ribellione in Britannia causò l’evacuazione delle truppe
imperiali dall’isola nel 406, che coincise con una massiccia incursione di vandali, svevi e alani, i quali
attraversarono le acque ghiacciate del Reno e invasero la Gallia, spingendosi poi fino in Spagna. Era
l’inizio della fine per l’impero romano d’Occidente.
La minaccia più grave al potere imperiale venne tuttavia dai visigoti (goti dell’ovest), il cui
comandante Alarico venne nominato magister militum per l'Illyricum (comandante militare nella
provincia dell’illirico, vasta regione dei Balcani dipendente dalla pars orientis). Nel 410 Alarico guidò i
visigoti in Italia, assediò Roma e respinse i tentativi di riconciliazione del Senato e le offerte d’oro.
Nell’agosto di quello stesso anno Roma, la Città Eterna, capitale del più grande impero del mondo
antico, fu saccheggiata dalle sue truppe insoddisfatte. L’evento spinse sant’Agostino, vescovo di
Ippona in Nord Africa, a comporre la Città di Dio, allo scopo di ammonire i cristiani d’Occidente sulla
vanità dei beni terreni.
Il sacco di Roma fu seguito da conquiste sempre più ampie da parte dei barbari: particolarmente
gravi i colpi inferti dagli unni di Attila, poi dai vandali provenienti dal Nord Africa, che saccheggiarono
nuovamente la città nel 455, finché si giunse alla deposizione dell’ultimo imperatore romano regnante
nella stessa Roma, Romolo Augustolo, nel 476. A seguito di ciò, la metà occidentale dell’impero
romano fu divisa tra reggenti barbari. Alcuni, tra cui Alarico e Teodorico l’Ostrogoto (goto dell’est),
vennero incoraggiati dagli imperatori orientali a dirigersi verso ovest, lasciando libera Costantinopoli.
Altri, come i burgundi e i franchi, attraversarono il Reno per stabilirsi in quella che era stata la Gallia
centrale e settentrionale. I pochi ufficiali che rappresentavano ancora ciò che restava del governo
romano ripiegarono fino ad Arles, nel Sud dell’attuale Francia, dove trattarono con i nuovi arrivati,
cercando di ottenere le migliori condizioni possibili. Molti di coloro che provenivano dalla classe
senatoria trovarono rifugio nella Chiesa.
La metà orientale dell’impero, tuttavia, non declinò e non cadde. Al contrario, sopravvisse per
oltre un millennio grazie alla sua forte metropoli, Costantinopoli, e al supporto delle ricche province
del Vicino Oriente. Essa controllava il bacino orientale del Mediterraneo, a est di una linea
immaginaria che passava da Singidunum sul Danubio (la moderna Belgrado) attraverso l’Adriatico
diretta poi verso sud a Cirene, nel Nord Africa (nell’odierna Libia). La maggior parte dei Balcani, della
Grecia, delle isole dell’Egeo e la totalità dell’odierna Turchia si trovavano nella parte settentrionale
dell’impero d’Oriente; Siria, Palestina, Egitto e Libia erano invece compresi nelle sezioni orientale e
meridionale. Sul mar Nero l’impero romano conservò un piccolo insediamento in Crimea, che permise
il mantenimento delle rotte sul Ponto Eusino, il «mare amico». Nel Mediterraneo Creta, Cipro e la
Sicilia costituivano punti focali per il controllo delle vie marittime, e i porti di Alessandria, Gaza,
Cesarea e Antiochia mantennero i propri commerci sotto il controllo di Costantinopoli.
Fino al settimo secolo il commercio internazionale si estendeva inoltre   in Occidente fino alle città
di Cartagine nel Nord Africa e Cartagena e Siviglia nella Spagna meridionale.
Questa metà orientale dell’impero romano è Bisanzio. Il nome non le verrà conferito fino al sedicesimo secolo, quando gli intellettuali umanisti si sforzarono di identificare ciò che rimaneva dopo il
collasso dell’impero romano in Occidente. Sebbene avessero coniato un termine che da allora è entrato
nell’uso comune, è importante ricordare come gli abitanti dell’impero chiamassero se stessi «romani»
(in greco romaioi), e si considerassero tali. La loro rivendicazione di qualità romane, del resto, non fu
semplicemente il frutto di vanità o snobismo. Dal 330 al 619 Bisanzio ebbe effettivamente alcune
caratteristiche del passato imperiale romano, e non solo la sua ideologia, soprattutto per quel che
riguarda panem et circenses, parole che indicano il dovere di fornire gratuitamente agli abitanti della
capitale le basilari provviste di cibo unite al pubblico divertimento.
Come abbiamo visto, Costantino I decise di istituire l’offerta di cibo per tutti coloro che
avessero costruito abitazioni nuove a Costantinopoli. L’organizzazione di adeguate importazioni di
grano dall’Egitto costituiva una delle maggiori imprese di stato, che forniva occupazione sia agli
armatori proprietari delle navi onerarie, sia ai marinai e ai capitani che compivano l’annuale viaggio
verso Alessandria, e anche ai carrettieri che scaricavano le provviste sull’isola di Tenedo, all’ingresso
dei Dardanelli, dove venivano raccolte in ampi magazzini fino a quando il vento favorevole non ne
avesse permesso il trasporto verso la capitale. Qui il grano veniva distribuito alle associazioni di
mugnai e fornai che assicuravano la fornitura quotidiana di pane. A chi poteva dimostrare di risiedere
in città veniva consegnato un gettone bronzeo da presentare per ricevere la razione quotidiana di pane
nei punti di distribuzione. Il pane gratuito non veniva assegnato sulla base dell’effettivo bisogno; si
trattava piuttosto di un privilegio riservato a chi poteva provare di essere bizantino - ovvero, a chi
viveva nella capitale.
A seguito dell’occupazione persiana dell’Egitto nel 619, la flotta di navi onerarie non giunse più
a Costantinopoli, ma i riforni  menti di pane continuarono. Le altre zone di produzione di grano, situate
principalmente in Tracia, assicurarono rifornimenti sufficienti, che i forni della capitale trasformavano
in pane; ma da questa data gli abitanti furono costretti a pagare per ottenerlo.
Sebbene si verificassero dei disordini ogni volta che la qualità del pane peggiorava, e l’eparca (prefetto) di Costantinopoli venisse ricorrentemente aggredito in caso di carestia, il principio di
garantire la fornitura del cibo essenziale dell’antichità alla principale città dell’epoca venne mantenuto per secoli. Anche quando la popolazione di Costantinopoli raggiunse la sua massima estensione, con un numero forse vicino al mezzo milione sotto Giustiniano, prima della pestilenza, e di circa 400.000 abitanti nel dodicesimo secolo, fu sempre prodotto pane a sufficienza per le sue necessità.
Insieme alle provviste di pane, lo stato garantiva anche il pubblico intrattenimento, che si svolgeva nell’ippodromo di Costantinopoli, restaurato da Costantino primo. Questo complesso era 
progettato per ospitare l’intera popolazione della città, con i senatori e gli alti dignitari sui sedili di
marmo vicini alla pista, e gli altri su panchine di legno nelle zone elevate, e anche donne e bambini
ammassati nei posti in piedi alla sommità dell’edificio. I bizantini furono appassionati tifosi delle corse
di bighe e cavalli, ed estremamente partigiani nel loro supporto per le squadre identificate da diversi
colori. I Rossi, Bianchi, Verdi e Azzurri, un retaggio romano, vennero organizzati in corporazioni
professionali. Con il sesto secolo Verdi e Azzurri divennero le squadre più significative, e si
trasformarono in potenti organizzazioni con piena responsabilità non solo per quel che riguardava le
corse, ma anche per gli eventi ginnici, atletici, pugilistici, per spettacoli con belve feroci e di mimo,
ballo e canto che fungevano da intermezzo tra le gare.
Grazie all’opera di Procopio possediamo un’accurata descrizione di un’intrattenitrice pubblica
particolarmente famosa: Teodora, nata intorno al 497. Alcuni storici considerano questa testimonianza
priva di fondamento e volta solo a screditare l’imperatrice; ma il fatto che Giustiniano dovette
modificare la legge per riuscire a sposarla indica come le sue origini fossero realmente umili, anche se
forse non si esibì in pubblico nel modo descritto   da Procopio. La sua narrazione ci rivela anche le
modalità con cui i Verdi e gli Azzurri organizzavano l’intrattenimento pubblico, documentando i
diversi compiti assegnati a ciascun membro della fazione: il padre di Teodora, Acacio, viene descritto
quale ammaestratore di orsi, che obbligava gli animali a danzare o lottare in vari modi; dopo la sua
morte, la madre di Teodora tentò un accordo fallimentare con il suo omologo nella fazione Azzurra.
Infine, mandò le tre figlie sul palco, riuscendo così a trovare un nuovo impiego per la famiglia.
Teodora viene descritta come dotata di mediocri qualità di ballerina o flautista (ruoli raffigurati
nei rilievi alla base dell’obelisco dell’ippodromo): essa divenne tuttavia famosa come attrice di
pantomime, apprezzata principalmente per i suoi spettacoli sensuali e provocanti. La pantomima era un
tipo di danza dalla forte carica emotiva: venivano messe in scena storie tratte dalla mitologia greca con
accompagnamento musicale, con caratteristiche molto diverse dal loro equivalente teatrale. La bravura
di Teodora nella pantomima attirò l’attenzione del nipote dell’imperatore, Giustiniano, che ne
condivideva evidentemente i gusti e ne apprezzava le qualità in scena. Quando la legge fu modificata
per permettere a Giustiniano di sposarla, Teodora divenne la sua consorte e in seguito imperatrice. Mi
occuperò più avanti del suo ruolo e del suo famoso ritratto a Ravenna.
La politica romana del panem et circenses si trasformò gradualmente in quella cristiana di
«zuppa e salvezza», mentre la Chiesa tentava di frenare l’entusiasmo popolare per le corse e le
scommesse, che considerava passatempi immorali. Le rappresentazioni teatrali della mitologia greca
subirono un declino, e, allo stesso tempo, teatri e auditori, elementi tanto caratteristici della città antica,
divennero cave di materiale per l’edilizia. Mano a mano che cadevano in rovina, questi luoghi vennero
spesso associati alla presenza di spiriti maligni: ad alcune statue antiche furono attribuiti poteri
profetici; entrambi questi elementi vennero considerati pericolosi per i cristiani. Nel suo attacco a
tradizioni urbane quali le terme, o rurali come la celebrazione della vendemmia, la Chiesa cercò anche
di controllare comportamenti ritenuti immo  rali e inappropriati. Tuttavia, non riuscì mai a distogliere i
bizantini dalla loro passione per gli spettacoli ippici.
I    Verdi e gli Azzurri che organizzavano le corse avevano anche impegni più seri:
acclamavano il sovrano quando sedeva nel palco imperiale dell’ippodromo, cui aveva diretto accesso
dal palazzo.
Da tale responsabilità si sviluppò una dimensione politica, poiché sia individui che gruppi si
servirono delle fazioni per manifestare il proprio scontento. Attraverso interventi preordinati che
seguivano le acclamazioni obbligatorie, i Verdi e gli Azzurri potevano intonare anche delle lamentele,
ad esempio in relazione all’aumento dei prezzi. Nel contesto di una controversia risalente al sesto secolo,
sono state tramandate sia la condanna di particolari pratiche, sia la risposta dell’imperatore, affidata al
primo ciambellano (praipositos). Un potenziale dissenso politico veniva così portato nel comune spazio
dell’ippodromo, dove poteva essere controllato; si riuscì anche a dar voce a critiche nei confronti della
corruzione degli ufficiali e dell’eccessiva pressione fiscale. Ciò nonostante, l’ippodromo non costituì la
scena di un vero processo deliberativo o di un reale dibattito politico, che la natura autocratica del
potere bizantino non avrebbe mai permesso.
La sua funzione fu piuttosto quella di ospitare un pubblico intrattenimento condiviso da tutte le
classi sociali di Bisanzio, compreso l’imperatore. In alcune occasioni, il sovrano partecipò in prima
persona alle corse di bighe: nel nono secolo alle fazioni fu ordinato di permettere all’imperatore Teofilo
(829-842) di vincere con i colori degli Azzurri. Le fazioni provvedevano inoltre ai divertimenti privati
degli ospiti imperiali all'interno del palazzo, e a formare i cori delle chiese cittadine. Nel decimosecolo
alcuni importanti banchetti furono animati da danze eseguite al suono di organi idraulici.
Responsabilità delle fazioni era anche l’organizzazione di spettacoli ginnici, acrobatici e di altre
rappresentazioni circensi, spesso realizzate su cammelli o con l’utilizzo di lunghe corde sospese
sull’ippodromo, che deliziavano i visitatori di Costantinopoli.
L’ippodromo era anche il luogo in cui i bizantini si riunivano in occasione di cerimonie pubbliche, quali la commemorazione del   genetliaco della città, da sempre festeggiato l'11 maggio, le celebrazioni per vittorie militari, la morte di nemici o l’esecuzione di criminali, e la nascita o l’incoronazione di un giovane co-imperatore. Qui il sovrano incontrava il suo popolo. Nel dodicesimo secolo, quando la dinastia degli Angeli decise di celebrare i matrimoni nell’intimità del palazzo delle Blacheme, la popolazione si oppose risolutamente. L’ippodromo fu teatro di avvenimenti negativi.
Per esempio, ci furono certamente complotti e macchinazioni nei sotterranei, dove i Verdi e gli
Azzurri conservavano costumi, accessori e altri equipaggiamenti, mentre varie zone sottostanti le
tribune fungevano da sede di molti dipartimenti imperiali. L’ippodromo rivestiva un ruolo talmente
importante nella vita della città che gli imperatori destinarono ingenti somme per l’intrattenimento pubblico.
L’ideologia imperiale si manifestava in tutti gli aspetti della corte bizantina, tramite simboli di
potere romani e nuovi cerimoniali adottati dalla Persia. Diocleziano (284-305) fu il primo imperatore a
indossare diadema, vesti dorate e insegne del potere importate dall’Oriente -, pretendendo che il popolo
si prostrasse dinanzi a lui. I sovrani del quarto secolo elaborarono tali usanze sul modello della Persia, dove
il re dei re (Shah an Shah) sedeva in trono sotto alberi dorati pieni di uccelli d’oro che potevano
cantare, affiancati da leoni ruggenti. Teodosio lì costruì un campo da polo per permettere agli
imperatori bizantini di cimentarsi nello sport reale, anch’esso importato dalla Persia.
Proprio nella corte bizantina, nel vasto complesso di edifici del palazzo, si univano i simboli e
la realtà del potere autocratico.
L’autorità imperiale veniva manifestata attraverso invenzioni tecnologiche quali orologi ad
acqua e strumenti astronomici. I bizantini utilizzavano i principi sviluppati da Erone di Alessandria nel
I secolo d.C. per la realizzazione di automi azionati con l’energia idraulica al fine di impressionare i
visitatori. Nel decimosecolo Liutprando di Cremona, inviato come ambasciatore a Costantinopoli, riferì che
l’immenso trono sorvegliato da «leoni ruggenti» si innalzava nell’aria. «Guardate! L’uomo che poco fa
ho visto seduto su un seggio di modesta altezza aveva ora cambiato vesti e   sedeva a livello del
soffitto.» Nelle terme imperiali e nei giardini all’esterno le fontane zampillavano, mentre uccelli dorati
cantavano e organi ad acqua fornivano l’intrattenimento musicale. Come gli orologi che misuravano
accuratamente il tempo e gli strumenti astronomici in grado di prevedere le eclissi, tutto questo
simboleggiava e ostentava il potere, la maestà e l’incomparabile prestigio degli imperatori.
Per la realizzazione architettonica di questa celebrazione della suprema autorità imperiale era
stato preso a esempio il palazzo di Augusto, sul colle Palatino nell’Antica Roma. Settimio Severo (194-211) aveva costruito il primo palazzo nella vecchia Byzantion, poi ampliato dai successivi
sovrani, finché il complesso del Gran Palazzo arrivò a coprire una vasta area nella prima delle quattordici regioni di Costantino. Conteneva non solo le grandi sale per le udienze, gli appartamenti
della famiglia imperiale e dei suoi servitori, numerose chiese, terme e corpi di guardia, ma anche molti uffici dell’amministrazione centrale collegati da corridoi, giardini terrazzati e fontane alimentate da cisterne (si veda il capitolo 16). Grazie alla sua posizione Sull’Acropoli il palazzo godeva di panorami spettacolari sul Bosforo. Alla fine del settimo secolo Giustiniano secondo (685-695 e 705-711) circondò l’area con mura, rendendola così il primo di molti «cremlini». Nonostante tale protezione, molti ribelli e
assassini riuscirono in varie occasioni a penetrare nel palazzo: come nel 820, quando i congiurati si travestirono da membri del coro impegnato nelle celebrazioni natalizie, e uccisero Leone quinto.
Il palazzo fu sempre un centro di cultura, dotato di una vasta biblioteca; vi venivano educati i
figli dei sovrani. Molti imperatori incoraggiarono gli studi e patrocinarono singoli insegnanti. Basilio primo, che depose Fozio dal patriarcato, in seguito riportò quest’ultimo a palazzo allo scopo di istruire i propri figli, Costantino, Leone e Alessandro. Il secondogenito, che regnò col nome di Leone sesto (886-912), era
noto con l’appellativo di Leone il Saggio, forse anche in omaggio al suo precettore. La biblioteca del palazzo educò alcuni sovrani intellettuali come Costantino settimo (913- 959), e fornì impiego agli scribi che producevano le lussuose   copie di manoscritti da donare ai sovrani esteri. Nell’827 furono copiate le
opere dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita in un codice che venne portato a Ludovico il Pio, e conservato
poi nel monastero di St. Denis alla periferia di Parigi (oggi si trova alla Bibliothèque Nationale);
all’epoca di Romano secondo (959-963) venne prodotta una copia illustrata del testo medico e farmaceutico
di Dioscoride per il califfo di Cordova, in Spagna.
Nell’amministrazione corrente della metà orientale dell’impero vennero mantenute tradizioni
romane, soprattutto per quanto riguardava le imposte. Gli ufficiali continuarono il censimento della
popolazione e la valutazione della qualità del terreno allo scopo di tassare la popolazione, la proprietà e
i beni fondiari. Il gettito proveniente dalle tasse fu sempre essenziale per le finanze imperiali, e il suo
declino, causato dalle donazioni di terreni esenti dai tributi, insieme all’adozione della riscossione
privata delle imposte nell’undicesimo secolo, avrebbe provocato una crisi profonda.
Il passaggio dalla scrittura incisa e dalla registrazione su papiro alla redazione sistematica di
documenti su pergamena segnò un progresso per la contabilità romana, e si giunse a produrre triplice
copia di ciascuna decisione imperiale. Monumentali iscrizioni su pietra furono usate per la datazione
delle riparazioni fatte alle mura di Costantinopoli, ma anche per registrare una vittoria ottenuta a Nicea
agli inizi dell'ottavo secolo. La pergamena, come il papiro, era tuttavia esposta alla distruzione causata
dal fuoco o dai saccheggi, cosicché ci sono pervenute solo poche tracce di questa grandiosa
organizzazione burocratica, relative principalmente alla corrispondenza ufficiale - come i dispacci
inviati alla sede vescovile di Roma - o donazioni imperiali a favore dei monasteri.
Nella fondamentale procedura della proclamazione di un nuovo sovrano, Bisanzio aggiunse un
elemento cristiano alla propria tradizione romana. L’acclamazione di Senato, esercito e popolo
nell’ippodromo fu trasformata nel 457, con l’aggiunta dell’incoronazione per mano del patriarca a
Santa Sofia. Leone I fu il primo imperatore a essere consacrato con questo rituale cristiano.
Il patriarca Anatolio insistette su tale aspetto probabilmente per  ché Leone era un militare
sconosciuto, che aveva approfittato del vuoto di potere creatosi alla morte degli ultimi rappresentanti
della dinastia teodosiana. La celebrazione del rituale e l’impiego di una corona divennero uno dei modi
utilizzati da pretendenti e usurpatori per accrescere il proprio potere; ma soprattutto simboleggiano, a
Bisanzio, la cristianizzazione delle tradizioni imperiali romane.
Il rituale bizantino dell’incoronazione era destinato a essere imitato dalle corti di tutta Europa.
Per la consacrazione imperiale di Carlo Magno, nell’800, papa Leone terzo fu costretto a cercare una
corona da porre sulla sua testa - non poteva esserci incoronazione senza corona, ovviamente. Inoltre,
egli fu unto con olio sacro, un’aggiunta occidentale al rito. Nell’Occidente medievale l'«unzione»,
come veniva definita, era generalmente riservata a vescovi e alti membri del clero. Quando Leone terzo la
utilizzò per l’incoronazione di un monarca, rivendicò un ruolo vitale e superiore per la Chiesa, che i
papi di Roma, i metropoliti di Russia e gli arcivescovi di Canterbury, in seguito, furono ben felici di
raccogliere e perpetuare. Napoleone si liberò di questa dipendenza dalla Chiesa quando si autoincoronò
a Parigi; altri monarchi nel Vecchio e Nuovo Mondo, tuttavia, mantennero lo stile bizantino, che servì
da modello per l’incoronazione della regina Elisabetta seconda, la prima a essere ripresa in televisione nel
1953, millecinquecento anni dopo che Leone I era stato incoronato dal patriarca Anatolio.
Ma anche allora il momento cruciale dell’unzione, quando i vescovi si riuniscono attorno al
monarca, venne considerato troppo sacro per essere mostrato ai telespettatori.
Benché arricchita di elementi cristiani, Bisanzio mantenne le tradizioni romane che avevano
dato lustro e fama al potere imperiale; non da ultima la stessa ideologia dell’autorità suprema, con le
sue ramificazioni nel diritto, nell’organizzazione militare, nella medicina, nell’amministrazione, nella
tassazione e nel cerimoniale di corte. L’imperatore rimase una figura semidivina e dotata di un potere
assoluto, proprio perché sancito da Dio. Egli istruiva e guidava le truppe in battaglia, anche se i
sacerdoti benedicevano le campagne militari e pregavano per la vittoria, comunque con  cessa da Dio.
La corte imperiale rimase luogo di elaborata pompa e costosa ostentazione, e veniva considerata un
riflesso della corte celeste. La giustizia fu sempre prerogativa e dovere imperiale, e gli appelli
all’imperatore anche da parte di sudditi anonimi e indigenti vennero sempre tenuti nella massima
considerazione.
Gli antichi templi di Costantinopoli non furono demoliti o immediatamente trasformati in
chiese, ma sopravvissero fino al sesto secolo, quando furono adattati a usi secolari. Alcune opere d’arte
classica vennero apprezzate anche se avevano come soggetto divinità pagane, rappresentate nella loro
nudità.
Anche se la perizia dell’ingegneria romana rimase ben visibile nella realizzazione di ponti,
strade, fortificazioni e acquedotti, che continuarono a essere costruiti per secoli, le invisibili funzioni
espletate dai burocrati e dagli amministratori stipendiati furono probabilmente ancora più importanti
nel sostenere Bisanzio.
Quando ribelli incompetenti come Foca (602-610) presero il potere, la struttura ufficiale di
governo portò avanti i suoi compiti senza mutamenti. Tuttavia, imperatori come Alessio I Comneno
(1081-1118) riuscirono a intervenire per riformare il sistema. Il bisogno di funzionari preparati
contribuì inoltre a mantenere elevato il grado d’istruzione e innalzò il livello generale della cultura
letteraria; gli stessi burocrati svilupparono una notevole consapevolezza del proprio valore personale e
un esprit de corps che emerge chiaramente dalla loro corrispondenza.
Mentre la metà orientale dell’impero si trasformava nella Bisanzio cristiana, alle antiche
tradizioni classiche e imperiali si unirono nuove forme di fede religiosa, tra cui il mantenimento
consapevole di usi precristiani. La vitalità di Bisanzio e la sua stessa sopravvivenza sono dovute in
larga misura alla coesistenza di elementi contrastanti. Quando Costantino undicesimo Paleologo esortò i propri
sudditi alla difesa della capitale contro i turchi ottomani, il giorno precedente il definitivo assalto del 29
maggio 1453, li invitò a dimostrare le qualità morali e la forza dei loro antenati greci e romani. Lui
stesso morì in battaglia con questo spirito: più che un martire cristiano, un discendente di Cesare,
Augusto, Costantino e Giustiniano.

Capitolo 4.
L’ORTODOSSIA GRECA.

La professione del divino simbolo della fede (il Credo), da tutti compiuta, prefigura il mistico
ringraziamento dell’epoca futura (...) da cui viene la nostra salvezza.
Massimo il Confessore, Mystagogia, circa 640
(citato dal patriarca Germano nel suo Commentario sulla divina liturgia, posteriore al 730)
Gli storici si sono regolarmente posti il problema di spiegare il successo del cristianesimo: come
abbia potuto conquistare la lealtà di chi in passato aveva adorato molti dèi, e quali fattori ne abbiano
assicurato la presenza permanente nell’antico mondo mediterraneo. Dalle radici giudaiche il
cristianesimo aveva ereditato la convinzione dell’esistenza di un solo Dio creatore, e rese universale
tale fede diffondendola con la predicazione a chiunque volesse ascoltare. Ma per secoli gli antichi culti
erano riusciti a soddisfare la maggior parte dei bisogni: perché allora i fedeli di Apollo, Iside,
Zoroastro, Mitra e altre divinità affermate adottarono il cristianesimo?
A differenza dei loro contemporanei, i seguaci di Gesù erano convinti che la morte non
segnasse la fine di tutto: sarebbero risorti in un paradiso di pace e di luce. Questa credenza li spinse a
comportarsi in modo corretto dal punto di vista cristiano, evitando cioè il peccato e incoraggiando fede,
speranza e carità, cosicché Dio li potesse giudicare degni della vita eterna nel mondo ultraterreno. Tutto
ciò li distingueva da ebrei, politeisti e   seguaci di altri culti fioriti nei primi secoli dopo la nascita di
Cristo.
Questa convinzione spingeva poi alcuni di loro a preferire la morte all’abiura, un fatto che le
autorità romane trovavano assolutamente straordinario. Dai tempi dell’imperatore Nerone, che aveva
indicato la comunità «odiata per i suoi abomini» come responsabile degli incendi che avevano
devastato Roma nel 64 d.C., i cristiani preferirono subire il martirio piuttosto che rinunciare alla propria
fede. La giovane schiava Blandina, gettata in pasto alle fiere nella regione di Lione nel 180, continuò a
ripetere le sole parole «io sono cristiana», nient’altro. Seguirono numerose torture e umiliazioni
pubbliche, finché la ragazza morì incornata da un toro. «Dopo sei giorni in cui furono esposti a ogni
insulto e alle intemperie, i corpi dei martiri furono finalmente ridotti in cenere e gettati da questi uomini
malvagi nel Rodano (...) in modo che non fosse più possibile trovarne traccia sulla Terra.» Ma i
testimoni di quello spettacolo ne rimasero sorpresi e sconvolti; alcuni poterono addirittura essere
ispirati dal suo coraggio. L’esempio di Blandina fu imitato in ogni parte del mondo romano da cristiani
di ogni classe sociale: Lorenzo a Roma, Perpetua a Cartagine, il dux egiziano Artemio e Tecla, presunta seguace di san Paolo, a Seleucide. Dovunque ne ebbero la possibilità, i cristiani costruirono
santuari sui luoghi dei supplizi, e tombe contenenti le reliquie dei martiri.
Il martirio non fu forse la caratteristica dominante del cristianesimo delle origini, ma durante le persecuzioni del terzo e quarto secolo, volute degli imperatori Decio e Diocleziano, intere comunità scelsero la morte piuttosto che bruciare incenso in onore dei sovrani romani: questo perché il loro Dio proibiva il culto di altri dèi.
Nelle celebrazioni cristiane, l’incruenta offerta di pane e vino, simboli del corpo e del sangue di Cristo, ricordava la sua morte, sostituendo ogni altra forma di sacrificio. La resurrezione del Figlio di
Dio era promessa di vita eterna per tutti i credenti. Da qui l’importanza della formula «credo in un solo
Dio, creatore del cielo e della terra...», che veniva recitata dall’intera congregazione nel corso della
celebrazione eucaristica.
Attraverso i suoi viaggi e le lettere indirizzate alle comunità cristiane del Mediterraneo
orientale, san Paolo aveva documentato la prima fase dell’espansione della sua fede. In seguito gli
evangelisti raccolsero le testimonianze relative alla vita di Gesù, spesso inserendo le sue stesse parole,
come la preghiera del Padre Nostro, le parabole, il discorso della montagna e le istruzioni essenziali su
come vivere da cristiani. Mano a mano che i gruppi prevalentemente urbani si espandevano, elessero
un supervisore (episkopos) in qualità di loro portavoce. Tale supervisore-vescovo divenne
gradualmente il capo della comunità, coadiuvato da una cerchia di funzionari che lo assistevano nella
celebrazione liturgica, nell’istruzione dei nuovi convertiti, nella cura dei fedeli anziani o malati e
nell’utilizzo dei terreni donati alla comunità cristiana. A
Roma il vescovo era considerato diretto successore di san Pietro, che vi era stato crocifisso. Le
catene usate per imprigionarlo divennero venerate reliquie. Poiché, secondo la tradizione, Gesù aveva
detto «tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa», in seguito i vescovi cristiani dell’antica
capitale pagana rivendicarono una speciale autorità.
Già prima della «conversione» di Costantino I, dunque, i cristiani avevano creato una rete di
chiese in tutto il mondo romano. La loro era un’organizzazione modesta, con luoghi di culto meno
splendidi dei templi dedicati agli antichi dèi, meno numerosi degli altari dedicati a Mitra, il dio
persiano, e meno popolari dei culti di Iside e Osiride importati dall’Egitto. Inoltre, agli inizi del quarto
secolo, i cristiani furono estremamente scossi dalla «grande persecuzione» voluta dall’imperatore
Diocleziano (284-305).
Molti abiurarono, accettando di compiere sacrifici e consegnando testi e oggetti sacri. Altri
fuggirono e si nascosero in zone rurali.
La lista dei martiri si allungò. Sebbene gli storici siano incerti sulla percentuale della
popolazione già cristiana ai tempi dell’editto di Milano nel 313, concordano nell’affermare che le
chiese erano state indebolite e divise dagli editti imperiali contro la fede.
Senza dubbio il fatto più significativo del nuovo patrocinio imperiale di Costantino fu la sua
decisione di convocare tutti i vescovi dell’orbe cristiano per un incontro tenutosi a Nicea, nel  l’Asia
Minore occidentale, nell’estate del 325. Non esiste un’attestazione precisa del loro numero anche
perché in molte città vescovi rivali rivendicavano il controllo sugli edifici di culto. Gli obiettivi del
concilio furono di esaminare le dottrine elaborate da Ario, un diacono della Chiesa di Alessandria, di
stabilire la lettera del Credo, la professione di fede fondamentale, e di determinare il metodo per
calcolare la data della Pasqua. L’imperatore rimborsò ogni spesa di vitto e alloggio, e si riservò le
funzioni di presidente dell’assemblea. A causa della presenza degli esponenti ecclesiastici provenienti
da ogni parte del mondo cristiano, anche se pochi provenivano da Occidente, il concilio fu in seguito
definito «universale» (ecumenico). Gli incontri successivi organizzati dagli imperatori per la
risoluzione di problemi teologici seguirono tale modello. Otto furono identificati come ecumenici
(l’ultimo, tenutosi nell’879-880, non sempre viene riconosciuto in Occidente): tutti convocati da un
imperatore, che spesso partecipava ai lavori.
Il controllo secolare veniva perciò a far parte integrante dell’organizzazione della Chiesa
cristiana fin dalla primissima fase della sua inclusione nella struttura dell’impero romano.
Alcuni precedenti concili locali fornirono il modello per la risoluzione delle divisioni interne
alla Chiesa, ma Costantino progettò qualcosa di assai più ambizioso. Le venti leggi disciplinari (canoni)
concordate a Nicea furono concepite come valide per l’intero mondo cristiano. Allo stesso tempo, le
decisioni del concilio relative alle opinioni di Ario - il quale sosteneva che Gesù, il Figlio di Dio,
dovesse essere subordinato al Padre e dunque non partecipe della sua stessa sostanza - sarebbero state
universalmente applicate. Dopo lunghe discussioni, il concilio definì il Figlio come consustanziale
(homoousios) e coeterno al Padre, partecipe della sua natura divina. Era un punto di vitale importanza:
perché se Cristo non era l’incarnazione del Logos (la Parola di Dio), dotato della stessa natura
pienamente divina, gli uomini non potevano sperare di partecipare della vita eterna attraverso la
salvezza garantita dal suo sacrificio. Gli scritti di Ario furono condannati, e il suo autore esiliato in
Illiria. Infine, il concilio promulgò una definizione dogmatica della fede cristiana, il Cre  do, e scelse
un sistema per il calcolo della data della Pasqua (da celebrarsi la domenica dopo il plenilunio
successivo all’equinozio di primavera). L’accordo fu siglato da tutti i vescovi presenti, tranne due.
La condanna di Ario, i canoni e i testi relativi alla Pasqua e al Credo costituiscono le uniche
testimonianze superstiti del primo concilio ecumenico, come venne chiamato a partire dalla fine del quarto
secolo. Il numero dei vescovi presenti fu fissato (convenzionalmente) a 318, in seguito noti come i 318
Padri Niceni: poiché non si possiede una lista dei partecipanti, essi rimangono un gruppo anonimo, ma
dotato comunque di enorme autorità. L’incontro stabilì un precedente importante: l’imperatore doveva
convocare questi concili, che rappresentavano l’intera comunità dei cristiani, e promulgavano le regole
per la loro corretta pratica di fede. Si tennero tutti in Oriente: i lavori si svolgevano in lingua greca, e
spesso il vescovo di Roma era l’unico rappresentante occidentale.
Le difficoltà del viaggio e le grandi distanze devono aver scoraggiato i vescovi occidentali, che
apprendevano le decisioni dei concili attraverso circolari emanate dal papa. I concili seguenti vennero
convocati per la risoluzione delle divisioni interne alla Chiesa; furono inoltre definite e condannate le dottrine eretiche.
Gli atti di tali incontri, che spesso riferiscono accuratamente i dettagli dei dibattiti, ci forniscono
utili testimonianze sulla crescita della cristianità e sulle differenze locali nelle pratiche liturgiche e nelle
materie di fede.
Nonostante la condanna di Ario a Nicea, questi venne successivamente amnistiato, e nel 335 la
sua teologia fu riabilitata. Per gran parte del quarto secolo, i figli di Costantino appoggiarono le sue
posizioni teologiche. Questo comportò serie conseguenze sia per i sostenitori dei decreti di Nicea, sia
per la diffusione del cristianesimo tra le tribù barbare. Durante la prima metà del quarto secolo Ulfila, un
capo goto, visitò Costantinopoli e fu consacrato vescovo dalle autorità ariane. In seguito, egli elaborò
un alfabeto adatto a trascrivere la lingua parlata dai goti, e tradusse i Vangeli nella nuova scrittura. I
goti non furono l’unica popolazione ad accettare le posizioni cristiane di Ario; quasi tutti gli altri popoli
germa  nici le adottarono. Quando l’impero romano d’Occidente cedette alla dominazione barbarica,
dunque, ostrogoti, visigoti, svevi, burgundi e vandali introdussero la loro fede ariana ripetutamente
condannata dai concili ecclesiastici. In questo processo i nuovi arrivati incontrarono strenua resistenza
da parte dei cristiani non ariani. La Ravenna di Teodorico conserva ancora battisteri ariani e ortodossi,
così come chiese destinate a essere utilizzate dai due gruppi rivali. In Africa settentrionale i vandali si
dimostrarono meno tolleranti, e ordinarono una dura persecuzione dei cristiani non ariani. L’arianesimo
fu debellato definitivamente solo nel sesto secolo, quando le truppe di Giustiniano imposero l’ortodossia.
Gli svevi, i visigoti e i burgundi abbandonarono gradualmente il loro passato ariano per
avvicinarsi alle risoluzioni approvate dai concili ecumenici, e a un carattere confessionale più
«romano».
Sebbene la maggior parte delle fonti superstiti sia di parte cristiana, è chiaro che i culti pagani
non scomparvero rapidamente. Le scuole filosofiche che fornivano l’educazione superiore ad
Alessandria, Atene e Antiochia continuarono a svilupparsi in un contesto precristiano. Per i giovani
dotati di qualità intellettuali, questa era l’unica forma disponibile d’istruzione avanzata, e quattro santi
orientali riconosciuti come i padri greci della Chiesa, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno
e Giovanni Crisostomo, furono totalmente permeati di cultura classica. Similmente sant’Agostino, che
divenne il principale padre latino della Chiesa, aveva compiuto un percorso di studi interamente
pagano.
Basilio, che diverrà vescovo di Cesarea, assistette ad Atene, insieme al futuro imperatore
Giuliano, a lezioni di filosofia antica tenute dall’esperto di platonismo Proeresio. Lo stesso Giuliano,
salito al trono nel 361, si impegnò per infondere nuova vita al culto delle divinità pagane, ma la sua
morte prematura dopo solo diciotto mesi di regno segnò anche la fine di questo tentativo.
Molti gruppi di studiosi, tuttavia, continuarono a praticare i culti antichi, mentre gli abitanti
delle zone rurali, ignari delle dottrine cristiane, vivevano secondo le abitudini tradizionali, distinguendo
le stagioni secondo il ciclo solare e lunare e praticando attività di culto associate agli dèi.
Contro la persistente fede nelle antiche divinità, gli imperatori si servirono dei concili
ecumenici dei vescovi per legiferare sia ai danni delle credenze eretiche e pagane, sia per stabilire una
precisa gerarchia cristiana. Nel 381 Teodosio I (379-395) convocò a Costantinopoli un concilio: sotto
la sua autorità centocinquanta vescovi confermarono le decisioni prese a Nicea, condannando
nuovamente l’arianesimo, introducendo misure significative contro i culti pagani e chiarendo il testo
del Credo, che tutti i cristiani erano tenuti a recitare come professione di fede. Teodosio insistette
inoltre sulla promozione delle sedi di Costantinopoli e Gerusalemme allo stesso status patriarcale di
Roma, Alessandria e Antiochia, tutte fondate dagli apostoli. Gerusalemme era venerata come luogo del
ministero terreno di Cristo e della sua morte sulla croce, la cui reliquia era stata scoperta da Elena; le
rivendicazioni di Costantinopoli si basavano invece sul fatto che era diventata la capitale dell’impero
romano, dove risiedeva il sovrano.
La promozione di Costantinopoli fu ovviamente osteggiata da Roma. Nel 451, tuttavia, al
concilio di Calcedonia, quando l’assemblea del 381 venne riconosciuta come «secondo concilio
ecumenico», le sue risoluzioni vennero ritenute vincolanti. La Nuova Roma veniva quindi posta sullo
stesso piano dell’Antica, sebbene quest’ultima continuasse a mantenere un primato d’onore dovuto alla
fondazione della sua Chiesa a opera di san Pietro. L’antica e la Nuova Roma erano seguite da
Alessandria, Antiochia e Gerusalemme; i loro vescovi sedevano in questo ordine alla destra
dell’imperatore, e nello stesso ordine firmavano gli atti conciliari. Già alla fine del quintosecolo, tuttavia,
Costantinopoli era conosciuta come la «Nuova Gerusalemme», segno esplicito delle sue pretese di
primato spirituale.
Questi cinque centri, Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, ciascuno
retto da un vescovo detto «patriarca» o «papa», costituirono la pentarchia (« governo di cinque»), cui
era affidata la responsabilità di mantenere l’ortodossia della fede e la disciplina ecclesiastica in tutto il
mondo cristiano (ioikoumene). Si sviluppò gradualmente un sistema di governo della Chiesa fondato
sui canoni promulgati dai concili ecumenici.
La rivalità tra Alessandria e Costantinopoli inasprì le differenze teologiche durante i lavori del
terzo e quarto concilio, celebrati a Efeso nel 431 e a Calcedonia nel 451. Il patriarca Nestorio di
Costantinopoli (428-431) provocò un acceso e approfondito dibattito sul ruolo della Vergine Maria,
quando dichiarò che doveva essere considerata soltanto madre di Cristo (in greco Christotokos). A
Efeso l’assemblea dei vescovi decise tuttavia che il termine Theotokos, «colei che generò Dio», fosse
quello appropriato, e Nestorio fu condannato per la sua insistenza sulla natura umana del Cristo
incarnato.
Tale decisione non evitò le successive controversie sugli elementi umani e divini presenti in
Cristo, la cui doppia natura costituì sempre motivo di preoccupazione. Il patriarca Cirillo d’Alessandria
(412-444) elaborò la teologia della loro unione nella persona di Cristo (usando per «persona» il termine
hypostasis).
Nei successivi sviluppi questa unione ipostatica, «l’unica natura incarnata del Dio Verbo»,
venne confusa con le definizioni dell’essenza (ousia) e della natura (physis) di Cristo. La fede nell’«
unione in una natura» fece sorgere un distinto gruppo di cristiani, più tardi chiamati «monofisiti» dai
termini greci monos (« unico») e.physis (« natura»). Tuttavia, il quarto concilio ecumenico, convocato
a Calcedonia dall’imperatore Marciano e dalla moglie Pulcheria nel 451 per risolvere la questione,
riconobbe il Cristo dotato «di due nature (...) perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità». Papa
Leone I diede il suo appoggio a questa definizione in una lettera, spesso indicata col nome di Tomo
(tomus), ma i monofisiti rifiutarono di accettarla, e Calcedonia divenne così simbolo permanente di
divisione, causando lo svilupparsi di comunità scismatiche separate, principalmente in Siria ed Egitto,
dove la Chiesa copta ancora oggi sostiene la credenza dell’«unione in una natura».
Poiché la gran parte di questa storia istituzionale della cristianità si era svolta nella metà
orientale dell’impero ed era stata riportata in testi greci, essa fu direttamente disponibile per i bizantini.
Al contrario, l’Occidente possedeva soltanto sommarie traduzioni delle definizioni teologiche greche,
che non rifletteva  no la sottigliezza del dibattito orientale sulla divinità e l’umanità della natura di
Cristo. Oltre ai decreti ufficiali, l’entusiasmo popolare per la fede cristiana produsse leggende e attività
di culto non ufficiali, spesso incentrate su uomini di particolare santità. La fede nel miracolo era diffusa
- i miracoli erano stati caratteristica essenziale della predicazione di Gesù - e le persone in cerca di cure
si mettevano appositamente in viaggio per recarsi ai santuari dei guaritori cristiani. Le ossa di san
Mena, ad esempio, morto in un’arena romana, divennero rinomate per le loro proprietà taumaturgiche,
e i pellegrini che visitavano la sua tomba a ovest di Alessandria spesso portavano a casa piccoli
contenitori di sabbia proveniente dal suo santuario. Queste ampolle erano decorate con un’immagine
del santo in piedi tra i suoi due cammelli con le mani levate: esse circolavano in tutto il mondo
cristiano, diffondendo la storia dei suoi poteri di guaritore. Sebbene questi centri non esistessero solo in
Oriente, molte delle leggende associate ai primi santi cristiani furono inizialmente scritte in greco e
solo in seguito tradotte in latino.
L’esempio più famoso di questa nuova letteratura è costituito dalla Vita di Antonio, composta
dal patriarca Atanasio di Alessandria (328-373), che fu anche uno dei più strenui oppositori di Ario. In
varie occasioni, quando gli imperatori sostennero posizioni filoariane, Atanasio venne esiliato e cercò
rifugio nel deserto, dove incontrò Antonio. Servendosi di fonti orali in lingua egiziana - quella parlata
dai seguaci del santo, che lo avevano seguito nel deserto per conoscere i modi della sua vita solitaria e
ascetica -, Atanasio scrisse la prima biografia cristiana in greco.
Essa narrava la lunga vita di un giovane che aveva abbandonato famiglia e patrimonio per
praticare esercizi spirituali, veglie notturne, continue preghiere e la contemplazione di Dio, in
solitudine nel deserto. La Vita di Antonio divenne il modello della letteratura agiografica, ed esercitò
una profonda influenza non solo a Bisanzio, ma anche in Occidente. Nell’arco di pochi anni fu tradotta
in latino e letta da Agostino, che diverrà in seguito vescovo di Ippona in Africa settentrionale. Autore
di un’opera autobiografica molto originale, le Confessioni, sant’Agostino ven  ne molto probabilmente
influenzato, nel suo interesse per il processo di formazione individuale, proprio dalla Vita di Antonio.
Questo testo ispirò certamente la sua personale trasformazione da maestro di retorica antica ad
ascetico vescovo cristiano, destinato a essere conosciuto per tutto il Medioevo come padre fondatore
della Chiesa occidentale.
Simili tradizioni si svilupparono anche in Siria e Palestina, mano a mano che santi uomini
abbandonavano le città del mondo mediterraneo per affrontare la sfida della vita nel deserto. Nel quarto
secolo san Caritone fondò la prima lavra (un gruppo di celle per monaci isolati) nel deserto a sud di
Gerusalemme; era una comunità di asceti che si incontravano per la liturgia domenicale ma passavano
la settimana nelle loro celle, distribuite in grotte, antiche tombe e montagne isolate. Più o meno nello
stesso periodo Pacomio, un soldato egiziano morto attorno al 346, scrisse delle istruzioni per i suoi
discepoli, che divennero regole monastiche molto diffuse. La vita in comune coesisteva con quella
degli eremiti, ed entrambe le forme di ascetismo ispirarono seguaci e pellegrini. Per quanto riguarda
Bisanzio, san Basilio di Cesarea (ca. 329-379) fu forse l’autore più influente. Egli visitò le comunità
monastiche in Siria ed Egitto prima di fondare la propria nei pressi di Cesarea di Cappadocia, nell’Asia
Minore centrale, e scrisse una regola per monaci e monache in una versione più estesa e in un’altra
abbreviata, dove veniva enfatizzata l’importanza della vita in comune, il cenobio (koinobion). Questo
termine greco divenne il sostantivo usato per indicare il monastero, e il suo derivato, cenobita, viene
spesso usato per indicare un monaco. Basilio sottolineò anche la necessità di prendersi cura dei membri
più deboli della società - vedove, orfani, malati, anziani e lebbrosi - in pie fondazioni dedite alla
filantropia.
Alcuni uomini santi si ritirarono in solitudine in cima a pilastri e divennero per questo noti col
nome di «stiliti» (da stylos, colonna); celebri furono san Simeone il Vecchio e il suo discepolo san
Simeone il Giovane, i cui santuari nei pressi di Antiochia attraevano numerosi pellegrini, e dove si
verificavano guarigioni miracolose. Poche sante donne ottennero posizioni di rilievo nelle   comunità
del deserto. Susanna, una madre del deserto, fu un’eccezione; ma storie edificanti come quella di santa
Maria Egiziaca, prostituta convertita, alimentarono l’idea che anche le donne potessero sopravvivere
nel deserto. Spesso dovettero travestirsi da eunuchi, alimentando molte leggende popolari. Quando
Marina si tagliò i capelli e indossò una tunica maschile, divenne Marino ed entrò in un monastero, dove
venne accusata di aver concepito - come uomo - un figlio. Esclusa dalla comunità, allevò poi il suo
bambino, e solo al momento della sua morte i monaci capirono che non avrebbe mai potuto commettere
il crimine di cui era stata accusata.
Tra i primi centri monastici, l’insediamento fondato alla fine del quarto secolo nella parte più
remota della penisola del Sinai divenne uno dei più famosi. Venne costruito per proteggere il roveto
ardente attraverso cui Dio aveva parlato a Mosè, ai piedi della Montagna Santa, e dove lo stesso Mosè
aveva poi ricevuto le Tavole della Legge: queste tappe fondamentali della fuga dei figli d’Israele
dall’Egitto nel loro lungo viaggio verso la Terra Promessa furono celebrate da un gruppo di asceti
cristiani, che eressero una torre nei pressi del roveto ardente. Quando la pellegrina occidentale Egeria
fece loro visita, all’inizio del 380, pronunciò ad alta voce i passi del libro dell'Esodo relativi alla storia
di Mosè. Nel sesto secolo i monaci si appellarono all’imperatore Giustiniano per ottenere protezione
contro gli attacchi dei beduini della zona, ed egli ordinò la costruzione di una fortezza attorno al roveto
in quel deserto di roccia. Lo storico Procopio descrive la regione come «disabitata (...) una terra arida
che non produce raccolto né altra cosa utile».
La guarnigione inviata per la protezione dei monaci contro gli attacchi delle tribù del deserto
eresse enormi fortificazioni che si sono conservate fino a oggi. Utilizzando le rocce vulcaniche del
posto, un architetto chiamato Stefano, originario di Aqaba (Eilat), progettò la basilica dedicata alla
Madre di Dio, e fece poi incidere sulle travi del soffitto parole a ricordo della generosità
dell’imperatore e dell’imperatrice (Teodora era morta da poco, nel 548), insieme al proprio nome. La
struttura della chiesa è rimasta inva  riata, e anche le porte lignee originali sono sopravvissute. Alcuni
anni dopo la consacrazione della chiesa, l’abate Longino commissionò un magnifico mosaico della
trasfigurazione destinato a decorare l’abside: vi si commemora la luce che avvolse Cristo nel giardino
di Getsemani, come pure Mosè ed Elia, i profeti che avevano partecipato alla visione di Dio sul monte
Sinai. Molti pellegrini seguirono l’esempio di Egeria, portando doni al monastero: icone, paramenti
liturgici e offerte, che permisero ai monaci di sopravvivere in un ambiente estremamente ostile. La
comunità produsse nel corso del tempo una straordinaria collezione di manoscritti in varie lingue e
dipinti di carattere religioso, tra cui le famose icone del Cristo, della Vergine con Gesù bambino e i
santi, e di san Pietro.
Dopo la conquista araba del settimo secolo, il Sinai passò sotto il controllo musulmano, divenendo
sempre più isolato dal resto della cristianità. I monaci garantirono la loro indipendenza instaurando
relazioni reciprocamente vantaggiose con le tribù beduine, rese più salde da un documento «firmato»
dal profeta Maometto, che garantiva ai monaci il permesso di rimanere nel Sinai. In seguito, ogni volta
che un sovrano musulmano avrebbe minacciato di sottomettere la comunità, i monaci si sarebbero
difesi mostrando la cosiddetta «mano del Profeta». Una copia più tarda, con l’immagine della mano di
Maometto (che non poteva scrivere il proprio nome), è tuttora conservata nel monastero. Nel corso del
Medioevo convissero sul Sinai monaci e arabi, che trassero vantaggio dal pellegrinaggio cristiano e
musulmano alla Montagna Sacra e dall’associazione con Caterina d’Alessandria e le sue reliquie. Oggi
il monastero è dedicato a quest’ultima e mantiene vive le tradizioni più antiche del monacheSimo
cristiano - un richiamo diretto alla realtà del quarto secolo e, oltre ancora, alla storia di Mosè dell’Antico
Testamento. Mentre scrivo, le sue icone sono in mostra a Los Angeles; verranno quindi esposte a
Londra, prima di tornare alla loro fortezza nel deserto.
Mentre i famosi monasteri di Egitto, Siria e Palestina continuavano a ispirare la pratica ascetica,
le invasioni culminate con la conquista araba del Vicino Oriente nel 640 costrinsero molti a   cercare
rifugio a settentrione. Numerosi monaci si misero in viaggio verso Roma o Costantinopoli, e
utilizzarono le loro capacità per svolgere un ruolo più filantropico nella società urbana. In principio gli
imperatori proibirono l’ingresso di monaci a Costantinopoli, considerandoli poco adatti alla vita
cittadina, dal momento che il movimento ascetico era basato sul rifiuto del mondo civilizzato e sulla
fuga in luoghi desolati. Ma già a metà del quintosecolo molti monasteri erano stati fondati nelle città: prima
del 454 un senatore di nome Stoudios aveva costruito una basilica sui propri terreni nella regione
sud-occidentale di Costantinopoli, dove una comunità monastica conservava la sua reliquia più
preziosa, il capo di san Giovanni Battista. Il monastero mantenne una posizione di spicco nella capitale
fino al quattordicesimo secolo. Altri cenobi urbani vennero fondati in case private dai loro proprietari, come nel
caso delle due sante Melania. La più anziana attraversò il Mediterraneo compiendo donazioni a favore
delle comunità di Gerusalemme, seguita dalla nipote, Melania la Giovane, che viaggiò dall’Italia al
monte degli Ulivi.
La Chiesa secolare dei vescovi e quella monastica delle comunità spirituali formano due
ramificazioni dell’ortodossia greca, il mondo cristiano della vera fede stabilita (in greco) dai concili
ecumenici. Il punto di contatto era fornito dalla comune devozione e dalle pratiche quotidiane di
preghiera. Esse possedevano inoltre un codice di diritto ecclesiastico che comprendeva tutti i canoni dei
concili ecumenici e locali, assieme a regole monastiche derivate da san Basilio e dagli altri padri
cappadoci (Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno). Nel sesto secolo queste normative furono riassunte
in un ben definito sistema di diritto ecclesiastico impiegato per regolare questioni spirituali, come l’età
d’ingresso nei monasteri o l’ordinazione sacerdotale. Esso coesisteva con il diritto civile, e si basava
sugli editti imperiali relativi a problemi concernenti la cristianità. Sebbene non venisse insegnato in
modo sistematico come quello civile, il diritto ecclesiastico ispirò commentari, compendi e trattati su
specifiche questioni, e collezioni di verdetti giudiziari che lo resero pratico e utile. Agli inizi del dodicesimo
secolo, le opere dell’arcivescovo Comateno di Ocrida rivelano la   sofisticata applicazione della legge
giustinianea unita a quella ecclesiastica per la risoluzione di varie questioni quali il rapimento di una
vergine da parte di un uomo sposato (come fornicatore doveva pagare alla ragazza un risarcimento in
denaro, o donarle la metà del suo patrimonio, e il sacerdote locale doveva escluderlo dalla comunione per sette anni).
I patriarchi di Costantinopoli presiedevano poi un sinodo (corte di giustizia) che valutava i casi 
riguardanti membri del clero, e prendeva decisioni relative a problemi come il matrimonio tra consanguinei. Nel 1316, ad esempio, il patriarca Giovanni tredicesimo emise  un giudizio rispetto a una contesa sull’eredità tra i figli di primo matrimonio di un uomo e la figlia  nata da una seconda unione. L’anno seguente il sinodo dovette decidere invece sulla proprietà di  un’icona della Vergine e di un
appezzamento di terra, originariamente donati dalla monaca Eufrosine Marinia al metropolita di Lakedaimonia; questi beni erano entrati in possesso di un altro vescovo, ed Eufrosine fece appello
affinché le fossero restituiti. Molti casi riguardano patrimoni ecclesiastici, ma altri gettano luce su vari
tipi di infrazioni da parte del clero, relazioni incestuose, uso improprio di incantesimi e altre pratiche
superstiziose, e forniscono così scorci affascinanti della vita quotidiana bizantina.
La Chiesa possedeva la propria amministrazione indipendente, ma gli imperatori cercarono
spesso di nominare come patriarchi personaggi loro alleati. Teoricamente, il sovrano si doveva limitare
alla scelta fra tre candidati proposti dal clero della cattedrale di Costantinopoli; in molte occasioni
poteva tuttavia essere imposto un candidato esterno, come il figlio più giovane dell’imperatore o un
monaco caro al sovrano. I motivi di dissidio generati da questi e altri problemi più gravi portarono
spesso a interrompere la collaborazione tra Chiesa e stato, con la deposizione di patriarchi per mano del
potere imperiale. San Giovanni Crisostomo, eletto nel 398, rappresenta la prima e più famosa vittima di
questi conflitti. Egli fu infatti esiliato in Armenia nel 404 dopo aver censurato l’imperatrice Eudocia,
colpevole di aver fatto innalzare una propria statua con antiche e chiassose cerimonie pagane;   morì
tre anni dopo, senza smettere di protestare la propria innocenza nelle lettere inviate ai suoi sostenitori.
Nel 907, quando Leone sesto sposò la sua quarta moglie, il patriarca gli proibì l’ingresso in chiesa per
dieci mesi. Nonostante tali occasioni di scontro, la cooperazione tra impero e Chiesa fu tuttavia uno dei
maggiori punti di forza della cultura cristiana a Bisanzio.
Questo rapporto tra Chiesa e stato rappresentò anche una netta differenza tra Bisanzio e l’Occidente medievale, dove il vescovo di Roma godeva di un sostegno secolare assai minore, ed era
costretto a regolari trattative con i suoi nemici. Sebbene Roma fosse stata riportata sotto il controllo imperiale nel sesto secolo e fosse rimasta nella sfera nominale di amministrazione bizantina fino all’ottavo, gli ufficiali e le truppe imperiali spesso non riuscirono a difendere la città dagli attacchi esterni. I successori di Pietro come si consideravano i vescovi di Roma - posero sempre un’enfasi notevole sulla
loro superiorità morale per controbilanciare la realtà della loro debolezza politica. Durante il quinto secolo
venne adottato il termine papa, che significa «padre», e sebbene tutti i sacerdoti cristiani venissero
chiamati padri, solo i vescovi di Roma finirono per essere onorati con il titolo di papi. Che le pretese
romane di superiorità morale fossero riconosciute o meno, divenne pratica comune per chierici o
monaci orientali condannati dall’imperatore o dal patriarca fare appello a Roma: in questo modo
contavano di trovare appoggio presso le autorità ecclesiastiche esterne all’impero.
Tale pratica, che oppose la Roma antica alla Nuova, può essere osservata nelle richieste di aiuto
da parte dei dissidenti, ad esempio durante la controversia iconoclasta (che tratterò in un capitolo
seguente), o quando Leone sesto fu scomunicato dal proprio patriarca per essersi sposato per la quarta
volta. L’imperatore fece appello al papa, e fu ben felice di sapere che Roma non si opponeva al suo
nuovo matrimonio. Nel 907 si aprì così un dissidio tra Roma e Costantinopoli, sanato solo tredici anni
dopo. Questi ricorsi alla sede di Pietro, compiuti da chi in Oriente era stato condannato ed esiliato, o da
patriarchi ingiustamente deposti, aumentarono il prestigio del papa come arbitro ultimo delle
que  stioni ecclesiastiche. Ma per gli uomini che si trovavano alla guida della cristianità orientale, poco
disposti ad ammettere il primato papale, costituivano un pericoloso precedente.
Durante il regno di Costantino nono Monomaco (1042-1055) questa latente ostilità degenerò in
una mutua, esplicita condanna.
I contatti tra l’antica e la Nuova Roma avevano richiamato l’attenzione sulle differenze tra le
pratiche ecclesiastiche orientali e occidentali. Alcune erano fondamentali, come l’esatta formula del
Credo; la scelta del pane da utilizzare per l’Eucaristia (lievitato, zymos, in Oriente; non lievitato,
azymos, in Occidente); il celibato per i sacerdoti (imposto a tutti i chierici in Occidente, mentre in
Oriente il matrimonio era permesso ai preti e agli appartenenti agli ordini minori); e infine il primato
dei vescovi di Roma. Altre questioni erano di assai minor rilievo, ma legate al consolidarsi di tradizioni
ormai secolari: ad esempio, in Oriente si mangiava formaggio (e non carne) durante la settimana
precedente la Quaresima, mentre in Occidente questo alimento non veniva consumato in determinati
giorni di festa. Tuttavia, nell’atmosfera di crescente presa di coscienza della propria dignità
sviluppatasi a opera di riformatori come papa Leone nono (1049-1054), l’Occidente affermò la
correttezza delle proprie tradizioni, mentre a Bisanzio si puntava l’indice contro l’aggiunta latina di una
frase alla formula del Credo.
La differenza teologica essenziale riguardava l’origine dello Spirito Santo, «che procede dal
Padre» secondo la definizione adottata nei concili di Nicea e Calcedonia del 325 e del 451.
L’insegnamento ortodosso sulla Trinità era chiaro: le tre manifestazioni di Dio, Padre, Figlio e
Spirito Santo, coesistevano nella Sua increata essenza e sostanza eterna: in una parola, erano
consustanziali. Ciascuna possedeva però una propria hypostasis, termine di difficile traduzione, che fu
reso in latino come natura (natura) o substantia (sostanza). Essa si differenziava dalla preesistente,
eterna potenza che gli ortodossi identificavano come natura o sostanza, ousia, della divinità. La
complessa relazione definita in lingua greca dai primi teologi cristiani non si era mai   completamente
riflessa nelle traduzioni latine, un problema di cui sant’Agostino era consapevole fin dal quinto secolo.
Le relazioni tra Figlio (o Logos, il Verbo) e Spirito Santo (Pneuma) con il Padre non erano
identiche, dato che il Figlio è generato mentre lo Spirito Santo procede dal Padre. Il Figlio partecipa di
questo processo in qualità di mediatore, dando così origine alla formula, espressa compiutamente da
Massimo il Confessore nel settimo secolo: «Lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio» (dia
tou Hyiou). Nondimeno, in questo stesso periodo, la clausola e dal Figlio (Filioque, da cui il nome della
controversia) venne aggiunta al Credo in Spagna, e grazie all’autorità di Isidoro di Siviglia, che la
sosteneva, si diffuse a poco a poco in altre Chiese. Roma non la accettò immediatamente; agli inizi del nono secolo papa Leone terzo fece collocare all’ingresso di San Pietro degli scudi che riportavano laformula tradizionale del Credo in greco e latino. Nell’879-80, al concilio di Costantinopoli, fu
condannata come eretica la formula occidentale secondo cui «lo Spirito Santo procede dal Padre e dal
Figlio», considerata un’illecita interpolazione del Credo stabilito dai concili ecumenici del 325 e del
451. Nell’undicesimo secolo, tuttavia, Roma adottò la clausola del Filioque, sanzionando così una nuova
interpretazione dello Spirito Santo che non venne mai riconosciuta in Oriente.
Nel 1054 Costantino nono invitò papa Leone nono a inviare una delegazione a Costantinopoli al fine
di concludere un’efficace alleanza bizantino-papale contro i normanni in Italia meridionale.
I tre inviati romani erano tutti noti per la loro ostilità a Bisanzio, anche se formalmente corretti
verso l’imperatore. Il loro capo, il cardinale Umberto da Silva Candida, si scontrò subito con il
patriarca Michele Cerulario. Dopo alcuni incontri burrascosi, il 16 luglio Umberto depositò una bolla di
scomunica sull’altare di Santa Sofia, e Cerulario rispose immediatamente a tono. Nel frattempo era
morto papa Leone nono, lasciando vacante la sede romana e incerta la validità della bolla. Questo
episodio viene talvolta indicato come il «grande scisma» tra le Chiese d’Oriente e Occidente. Le
scomuniche vennero tuttavia considerate perso  nali, e rapidamente annullate; la regolare mutua
commemorazione dei capi delle Chiese di Roma e Costantinopoli fu ripristinata.
Quando Alessio primo Comneno (1081-1118) chiese prove dell’esistenza di una rottura nelle relazioni tra le due Chiese, non fu trovato alcun documento nella biblioteca del patriarca.
Costantinopoli e Roma rimasero in comunione; molti occidentali pregavano in chiese greche e viceversa. La richiesta di aiuto militare contro i musulmani presentata da Alessio primo al papa si basava
appunto sulle comuni tradizioni cristiane, ed ebbe come risultato la prima crociata e la riconquista di
Gerusalemme (si veda il capitolo 24). Con il senno di poi, lo scisma del 1054 assunse tuttavia un peso
maggiore, e venne utilizzato dai crociati del dodicesimo secolo come giustificazione dell’attacco a
Costantinopoli.
Non è certo sorprendente che si fossero sviluppate divergenze tra le due principali sedi della
cristianità. Costantinopoli rimase sempre una città ellenofona, mentre Roma utilizzò il latino, e le
traduzioni tra le due lingue furono raramente condotte con sufficiente accuratezza. A differenza di ciò
che accadeva nelle Chiese dell’Occidente medievale, in Oriente i chierici inferiori al rango di vescovo
potevano sposarsi: il celibato fu richiesto esclusivamente ai vescovi, e così, quando un sacerdote
sposato veniva elevato all’episcopato, si concordava con la moglie una pacifica separazione, e la donna
doveva ritirarsi in un convento lontano dalla diocesi. In Occidente il celibato venne a poco a poco
considerato necessario per tutti gli ecclesiastici che avevano pronunciato i sacri voti. Una chiara
differenza stava nel fatto che durante l’Eucaristia le Chiese occidentali utilizzavano il pane azimo, oggi
divenuto l’ostia, mentre in Oriente veniva distribuito quello lievitato, simile a una pagnotta. La
genuflessione era più comune in Occidente che in Oriente, dove il sacerdote si prostrava invece dinanzi
all’altare in particolari momenti della liturgia. Le usanze locali si aggiunsero a tale varietà,
principalmente per quanto riguarda le festività: in Oriente la carne veniva consumata al sabato, ma era
proibita in alcune Chiese occidentali, che si preparavano alla domenica con il digiuno.
Le Chiese furono tuttavia unite nel comune intento di prowe  dere alle anime dei fedeli e di
convertire coloro i quali non fossero stati educati nei valori cristiani. A Bisanzio molti vivevano in
villaggi in cui sacerdoti sposati si occupavano dei bisogni del proprio gregge, battezzando e sposando i
figli, seppellendo i morti e guidando la vita morale dei fedeli. Nelle città più grandi erano il vescovo e
il suo seguito a ricoprire tale funzione; a loro volta, i vescovi erano subordinati al metropolita o
arcivescovo, che risiedeva nel capoluogo della sua arcidiocesi. Questa struttura era rispecchiata nella
gerarchia delle sedi ecclesiastiche, che dal patriarca di Costantinopoli si dipanava attraverso i vari
metropoliti fino ai vescovi, elencati e numerati in ordine d’importanza. Nel tardo periodo bizantino,
molte sedi delle province europee assunsero maggiore importanza e salirono nella graduatoria a scapito
delle sedi d’Asia Minore, devastate e impoverite dal continuo stato di guerra.
Mentre il monte Athos divenne il faro dell’intero movimento ascetico, localmente monaci e
santi continuavano a ispirare uomini e donne a dedicare la propria vita a Dio, dirigendo la loro vita
spirituale. Quando il giovane Luca di Steiris, nella Grecia centrale, lasciò la propria casa agli inizi del
decimosecolo, venne a sapere della presenza di uno stilita a Zemenna, nel Peloponneso, e lo pregò di
accettarlo come suo servitore. Per molti anni studiò le pratiche ascetiche assieme a lui, per trasferirsi
infine in un eremo a Ioannitza. I discepoli che lo avevano seguito fondarono un monastero, e il
governatore locale, il generale Krinites, edificò la prima chiesa dedicata a santa Barbara, patrona dei
soldati. La comunità eresse in seguito la chiesa di Hosios Loukas (San Luca) nei pressi della sua tomba,
collegandola alla chiesa della Theotokos e creando così la doppia struttura di Steiris, nella Grecia
centrale. Grazie alla fama dei suoi miracoli, le donazioni di terreni e denaro permisero ai monaci di
decorare il santuario con squisiti mosaici e affreschi che sopravvivono ancora oggi. Grazie a donazioni
di questo tipo, i monasteri divennero spesso istituzioni molto ricche e potenti. È importante ricordare
che i loro proventi derivavano non solo dal patrocinio imperiale, ma anche dalla fede   di famiglie di
semplici contadini, la cui devozione all’ortodossia fu tipica di Bisanzio.
Ci furono, ovviamente, attacchi al predominio cristiano nella società da parte di intellettuali ed eretici, come il filosofo Giovanni Italo e Boris il Bogomilo (un carismatico capo bulgaro) agli inizi del
dodicesimo secolo, o Giorgio Gemisto Pletone (che adottò, assieme alla filosofia, anche la religione pagana)
nel quindicesimo secolo. In generale, tuttavia, l’eresia fu meno comune che nell’Occidente medievale. Le dispute
teologiche spesso rivelano la caratteristica mescolanza di elementi diversi nella cultura bizantina. Italo
e Pletone rappresentarono le tradizioni filosofiche e i culti dell’antica Grecia; Boris, le differenze
nell’ambito dell’osservanza religiosa medievale. Bisanzio fu il centro di tutte le tradizioni cristiane in
lingua greca, ma seppe conservare anche poemi e leggende sugli antichi dèi, così come alcuni dei loro
templi e statue.
Ho voluto sottolineare la forza che l’eredità classica e pagana diede a Bisanzio attraverso le sue
tradizioni educative, amministrative e culturali. Tali tradizioni vennero unificate da un sistema di fede
rigorosamente ortodosso in cui lo sviluppo dei concetti cristiani aprì la strada a esperienze variegate,
maschili e femminili, eremitiche e liturgiche. Fu attraverso la religione che Bisanzio condusse le sue
grandi controversie, non solo con musulmani, arabi e in seguito turchi, ma anche con altri cristiani, in
particolare occidentali. Nel corso dei secoli tali dispute condussero al rifiuto bizantino di accettare la
subordinazione ai vescovi di Roma. La sofisticata teologia alla base dell’ortodossia diede vita a un
sistema di fede specifico e a un’autorità coerente tramite la sintesi, al suo centro, di imperatore e
patriarca. Anche se, fino alla fine, gli imperatori combatterono e morirono come greci o romani, vollero
essere sepolti e ricordati nelle preghiere come cristiani.

Capitolo 5.
LA CHIESA DI SANTA SOFIA.
Sopra questo ambiente circolare si innalza una enorme cupola sferica, che rende l’edificio
eccezionalmente bello. Non sembra poggiare sulle opere in muratura, ma pendere sospesa dal cielo a
una catena d’oro, e così coprire lo spazio.
Procopio, Sugli edifici, metà del sesto secolo
Anche se William Butler Yeats scelse il titolo Sailing to Byzantium («Navigando verso
Bisanzio») per la sua celebre poesia del 1928, in realtà non vide mai Istanbul (nome turco di
Costantinopoli).
Visitò Ravenna e vi trovò i mosaici bizantini, ma non provò l’emozione di arrivare a Bisanzio
per mare. Giungendo dai Dardanelli attraverso il mar di Marmara, è possibile vedere i primi segni
dell’antica città con molto anticipo. Per prime si rivelano le mura terrestri e marittime, ma presto si
riescono a distinguere i minareti che circondano la cupola di Santa Sofia. È un momento stranamente
eccitante. Così vidi la città per la prima volta molti anni fa, e oggi provo la medesima sensazione,
nonostante i grattacieli che dominano la metropoli moderna. La maestosità del profilo della chiesa
domina l’orizzonte, e la mole dell’immensa struttura aumenta avvicinandosi dal mare. Da lontano la
cupola è sorprendente, ed è ancor più impressionante al rivelarsi degli enormi contrafforti che la
sostengono. Doppiata la punta del Serraglio ed entrati nel porto del Corno d’Oro, è possibile osservarla
da settentrione.
Se l’esterno dell’edificio genera sorpresa, il vasto interno è davvero stupefacente. Illuminato dal
sole attraverso le finestre   della cupola e da quelle poste a livello delle gallerie, è dominato dal
contrasto delle luci dei brillanti mosaici aurei e dalle ombre delle zone intermedie che rimangono
nell’oscurità. Una volta abituatisi a questo contrasto, è possibile apprezzare la decorazione in marmo
policromo delle pareti e dei pavimenti, così come i capitelli finemente scolpiti posti alla sommità di
colonne che portano lo sguardo ancora verso la cupola. Questo monumento è per antonomasia il
simbolo di Bisanzio.
Per i viaggiatori medievali, lo stupore per le dimensioni dell’edificio e il suo splendore posto al
servizio della fede cristiana furono ovviamente ancora maggiori, soprattutto per la scarsa familiarità
degli uomini del tempo con edifici di tale grandezza.
La chiesa veniva illuminata da migliaia di candele e lampade sospese di fronte alle icone, che
accendevano i marmi colorati e i mosaici blu e oro. Da un ambone centrale, piattaforma incisa simile a
un pulpito, di fronte ai tendaggi colorati che separavano il corpo principale della chiesa dal santuario
attorno all’altare, un diacono recitava le letture e il patriarca predicava. Gli ambasciatori del principe
Vladimir di Kiev riferirono al loro signore: «Non sapevamo se ci trovassimo in paradiso o sulla terra.
Infatti sulla terra non esistono tale splendore e tale bellezza (...) sappiamo solo che là dimora Dio tra gli
uomini, e le loro celebrazioni sono migliori di quelle di altre nazioni».
Al tempo della consacrazione, il 27 dicembre 537, non c’erano motivi figurativi alle pareti,
tranne i quattro grandi serafini che ancora oggi ci osservano da dietro le loro lunghe ali che ricoprono i
pennacchi. La presenza dei mosaici dorati nei corridoi e nelle gallerie era richiamata sulla cupola,
decorata con un’enorme croce incorporata in un medaglione.
La struttura era decisamente innovativa. La maggior parte dei costruttori delle chiese
paleocristiane aveva preferito la planimetria basilicale, sul modello delle sale di rappresentanza
imperiali.
Queste costruzioni lunghe e alte, come Santa Sabina a Roma e la basilica costruita da
Costantino a Treviri, vennero rapidamente adattate all’uso ecclesiastico con l’aggiunta di una
piattaforma rialzata che ospitasse l’altare sul lato orientale. I santuari dei mar  tiri, spesso costruiti nei
pressi delle loro tombe, suggerivano, invece, un’altra forma, con gallerie circostanti l’ambiente
centrale, come a Santa Costanza (Roma). Sebbene la cupola fosse nota agli architetti romani, che
l’avevano usata con grande efficacia nel Pantheon, con l’occhio aperto sul cielo, sono poche le
testimonianze di tale forma architettonica nel Mediterraneo orientale.
Sono stati individuati come precursori della cupola di Santa Sofia alcuni edifici in Isauria, che
mostrano l’abilità tecnica necessaria per ottenere simili risultati. Ma nessuno in città aveva mai tentato
l’impresa di innalzare una cupola di tali dimensioni fino a quando l’imperatore Giustiniano
commissionò la costruzione della nuova chiesa dedicata alla Divina Sapienza.
Per capire quanto fosse eccezionale il progetto, conviene esaminare preliminarmente la
tradizione artistica precristiana, che Bisanzio utilizzò per creare i propri stili espressivi. L’eredità più
ovvia dell’antichità classica era costituita dall’arte imperiale: la raffigurazione dei sovrani (in statue,
rilievi e ritratti su mosaici e monete) e dei loro simboli di potere (corone gemmate, globi e scettri,
cinture matrimoniali, abiti di porpora e calzari scarlatti).
Bisanzio adattò all’uso cristiano anche le tecniche artistiche impiegate per la lavorazione di
metalli preziosi, smalti, avorio e cristalli di roccia. I suoi artigiani si dimostrarono estremamente abili
nel padroneggiare tecniche come il conio delle monete, l’incisione delle zanne d’elefante, il taglio di
marmi policromi per formare pavimenti e rivestimenti musivi, e la tessitura di motivi elaborati su stoffe di seta.
Prima del sesto secolo, la seta importata dalla Cina e dalla Persia era talmente apprezzata che le tele venivano disfatte perché i loro fili alimentavano i telai romani e bizantini. Secondo Teodoreto di
Cirro, in questa attività venivano impiegate le «sottili dita di donne e bambini». Quando venne scoperto il segreto del ciclo di vita mensile del baco da seta, probabilmente grazie ai monaci che riuscirono a trafugarne alcuni dalla Cina per donarli a Giustiniano, a Bisanzio la  coltivazione dei gelsi usati per la loro alimentazione divenne una vera e propria attività industriale. Dopo la conquista araba della Persia e del Vicino Oriente nel settimo secolo,   le filande di Tiro e Sidone vennero trasportate oltre il confine segnato dalle montagne del Tauro e in seguito nella capitale stessa. Venne permesso lo sviluppo di una
limitata sericultura provinciale, e fu anche incoraggiata con esenzioni fiscali la produzione della tintura
di porpora ottenuta dal piccolo murice pescato al largo delle coste greche e microasiatiche.
La filatura della seta fu concentrata negli opifici imperiali di Costantinopoli, dove i processi di lavorazione erano accuratamente protetti come monopolio di stato. Furono applicati stretti controlli a ciascuna fase della produzione, che veniva organizzata da gruppi di abili operai. I tessuti di seta
presentavano in genere soggetti naturali, secolari o imperiali: coppie di leoni, aquile, grifoni, cacciatori,
amazzoni o aurighi dai vividi colori. I soggetti cristiani, come le scene della vita di Cristo, erano molto meno comuni. Nel corso del settimo e dell'ottavo secolo, la produzione dell’impero crebbe a tal punto che i
vescovi di Roma registrarono donazioni di sete bizantine, come quelle trasportate a Roma nel 857-858
da Lazzaro, il pittore cazaro di icone. Un’ambasciata inviata a Ludovico il Pio nell’824 presentò al re
franco, tra i vari doni diplomatici, dieci panni di seta di diversi colori.
Tra gli altri oggetti artistici di lusso vennero prodotti anche smalti e oreficeria, tra cui figurano
le cinture e gli anelli matrimoniali con le tradizionali immagini di Homonia (la Concordia), con
l’aggiunta di raffigurazioni del Cristo nell’atto di benedire gli sposi. Filigrane dorate, orecchini
smaltati, pendenti e braccialetti mostrano la stessa commistione di soggetti antichi e cristiani.
Simili associazioni tra autorità sacra e potere secolare sono evidenti in monete e avori, dove
Cristo incorona l’imperatore, trasmettendo così l’approvazione celeste al suo rappresentante terreno.
Nella produzione di manoscritti venne mantenuta l’antica pratica della tintura in porpora della
pergamena, su cui venivano vergati testi in inchiostro d’argento. Copie illustrate dell’Iliade e
dell'Odissea, spesso su papiro, fornirono i modelli per i testi decorati dai pittori medievali, utilizzando
di frequente uno stile che ricorda le moderne strisce dei fumetti.
Dopo un’enfasi iniziale sui motivi simbolici del cristianesimo   pani e pesci, la croce - gli artisti
cominciarono a rappresentare il Cristo, la Vergine Maria e i martiri. Questi ritratti bizantini di soggetto
sacro utilizzavano la tecnica della pittura a encausto (cera riscaldata colorata in varie tonalità), che era
già stata utilizzata per i ritratti funerari romani. Le icone religiose sono spesso considerate come la
quintessenza dell’arte bizantina. Si discute molto su come esse giunsero a assumere un ruolo tanto
dominante; affronterò il problema nel capitolo 9. Alcune tra le più antiche sopravvivono nel monastero
di Santa Caterina sul monte Sinai, che conserva tre magnifiche icone spesso associate alla committenza
dell’imperatore: la celebrata immagine del Cristo Pantocratore («il sovrano di ogni cosa»); quella della
Vergine con il bambino, i santi guerrieri e gli angeli, e quella di san Pietro. L’icona del Cristo fu
ridipinta in un secondo tempo, operazione che aveva reso difficile la corretta attribuzione al sesto secolo
fino al recente restauro. Il volto di Cristo sembra scrutare l’osservatore attraverso i suoi enormi occhi
che paiono veder tutto, diversi per forma e funzione: uno sembra condannare con severità, mentre
l’altro perdona. Le icone della Vergine e di san Pietro non si rivolgono invece con altrettanta
immediatezza allo spettatore. In tutte e tre i personaggi sono collocati su uno sfondo architettonico.
Questi dipinti a encausto colpiscono profondamente per la loro audacia e potenza espressiva; erano
anche opere realizzate rapidamente, intese a catturare caratteristiche umane come gli occhi e le
sfumature dell'epidermide con toni cromatici vicini alla realtà. La tecnica non sembra essersi
conservata nel periodo medievale, durante il quale fu rimpiazzata dall'uso dell'albume come fissante
per i colori.
Nei più diversi campi artistici i maestri bizantini adattarono tecniche antiche per perseguire
obiettivi inediti. Ma per la costruzione di Santa Sofia tentarono qualcosa di veramente inaudito.
Questo innovativo esperimento si colloca nei primi anni del regno di Giustiniano, divenuto
imperatore nel 527, alla morte dello zio Giustino, che lo aveva portato a Costantinopoli e preparato alla
successione. Contrariamente a Giustino, che era stato un soldato di successo ma scarsamente istruito,
Giustiniano dominava con   sicurezza i problemi relativi all’amministrazione imperiale, al diritto, alla
teologia e al cerimoniale di corte. Durante il decennio di regno dello zio, egli giocò un ruolo di spicco,
assumendosi la responsabilità di diversi cambiamenti nella politica imperiale.
Come abbiamo visto, insistette per una revisione della legge che impediva a membri dell’ordine
senatorio di sposare donne comuni al fine di poter prendere in moglie Teodora, nonostante la decisa
opposizione della zia, l’imperatrice Lupicina Eufemia.
Quando divenne sovrano assoluto prese altre iniziative: la riforma del diritto, l’aumento della
tassazione, il rinnovo delle ostilità con la Persia. Nominò generali che combattessero per l’impero e
passò gran parte della propria vita nella capitale. Non si sa quando e dove sia nata in lui la profonda
passione per la costruzione di edifici pubblici e religiosi.
Nel 532 i Verdi e gli Azzurri, i gruppi responsabili dei divertimenti predisposti nell’ippodromo,
si unirono per organizzare un attacco al potere dell’imperatore. Normalmente rivali, in questa
occasione i demi si allearono per l’ostilità verso la politica fiscale di Giustiniano e giunsero alla misura
estrema di proclamare imperatore Ipazio, nipote dell’imperatore Anastasio (491-518).
Nonostante le proteste della moglie, Ipazio si prestò riluttante agli scopi delle due fazioni, e la
folla si radunò nell’ippodromo per assistere alla sua incoronazione e alla vestizione della porpora
imperiale. La sommossa fu chiamata «Nika» dall’espressione Vinci! (Nika!), che i rivoltosi scandivano
e si gridavano l’un l’altro. Per accrescere la minaccia, Verdi e Azzurri diedero alle fiamme il centro
cittadino, bruciando una vasta area che comprendeva la precedente basilica di Santa Sofia. Come narra
Procopio, Giustiniano si incontrò con i propri consiglieri per decidere cosa fare.
Mentre giungeva il rumoreggiare della folla ammassata nell’ippodromo, furono studiati piani di
fuga a bordo delle imbarcazioni pronte nel porticciolo del palazzo; ma l’imperatrice Teodora - lei che a
suo tempo aveva saputo dominare la folla e strapparne l’applauso - si fece avanti per dichiarare che non
avrebbe lasciato il palazzo. «La porpora è un bel sudario» disse citando autori antichi come Isocrate:
«Preferisco morire vestendo questi abiti   imperiali». Ispirato dalla sua ferma determinazione,
Giustiniano si persuase, a quanto sembra, a usare la forza piuttosto che trattare con i ribelli o darsi alla
fuga. Ordinò ai reparti della guardia imperiale di fare ingresso nell’ippodromo, provocando un vero e
proprio massacro di civili bizantini disarmati.
Teodora non fu la prima né l’unica, ma certamente è una delle figure più sorprendenti di una
serie di donne energiche, che esercitarono un grande potere a Bisanzio. Spesso si trattava di outsider
che parlavano a nome di un potere autocratico che avevano piegato al loro volere, rendendosi
responsabili di grandi spargimenti di sangue. Mogli e vedove di imperatori presero iniziative
impensabili in altre società medievali. Anche se le parole di Procopio sono forse frutto di invenzione, a
palazzo e tra gli abitanti della città dovevano circolare molti aneddoti sull’intervento di Teodora. Il suo
esempio viene citato come possibile fonte d’ispirazione per molte altre donne: imperatrici come Irene
(780-790,797-802), Teodora (842-856), Zoe (914-919) e Teofano (963-969), sebbene sempre sotto la
tutela di uomini e descritte da narratori di sesso maschile, furono evidentemente in grado di plasmare e
dirigere il potere imperiale.
Coloro che, come Teodora, riuscirono a sposare un membro della famiglia regnante impararono
ben presto a sfruttare le tensioni interne alla corte a loro vantaggio. La carriera di Irene offre una prova
molto chiara di tale capacità: riuscì a ottenere l’appoggio delle fazioni dell’ippodromo e della Chiesa
per conquistare il trono, accecare suo figlio Costantino sesto e quindi regnare da sola per cinque anni (si
veda il capitolo 10). Al contrario, quelle nate all’interno della famiglia imperiale, come Zoe e sua
sorella Teodora nell’undicesimo secolo o Anna Comnena nel dodicesimo, erano addestrate fin da bambine al
cerimoniale di corte e alla gestione delle attività filantropiche legate ai sovrani; ma anche loro furono
capaci di stupire i contemporanei ricoprendo un ruolo di assai più vasto respiro rispetto a quello
generalmente concesso alle donne. Zoe e Teodora dominarono il periodo tra il 1028 e il 1056, quando
regnarono assieme o da sole e fecero nominare cinque diversi sovrani. Dopo la morte di Zoe, Teodora
prese da sola il controllo   dell’impero, che poi lasciò per testamento al marito. L’eredità della moglie
di Giustiniano può dunque essere seguita attraverso i secoli, che continuano a riflettere la sua
individualità potente e di un improbabile, ma riuscitissimo, matrimonio.
Sugli spazi vuoti lasciati dagli incendi nel cuore di Costantinopoli, Giustiniano progettò un
grande piano di ricostruzione, incentrato attorno all’Augusteum, un’ampia piazza dedicata agli
imperatori.
A nord collocò le due chiese maggiori, la cattedrale dedicata alla Divina Sapienza, Santa Sofia,
comunemente chiamata la Grande Chiesa, e accanto a essa il santuario della Pace Celeste, Sant’Irene.
A sud e a ovest dovevano trovare posto invece la sede restaurata del Senato, alcuni edifici del
patriarcato, l’ospizio di Sansone (un’istituzione pia) e la porta Chalke, principale ingresso al Gran
Palazzo. Non lontano Giustiniano fece riedificare le terme pubbliche, dette di Zeuxippo, e i portici
colonnati sui due lati della via principale che attraversava il centro cittadino, la Mese, che si
estendevano fino al foro di Costantino.
Al momento di decidere la forma della nuova cattedrale, Giustiniano può essere stato
influenzato dall’attività edilizia di una ricca dama di classe senatoria, Giuliana Anicia, che aveva da
poco fatto costruire una chiesa di dimensioni davvero imponenti dedicata a san Polieucto sulle sue
proprietà nei pressi dell’acquedotto di Valente. Pur non essendo chiaro se questo edificio avesse una
cupola o un tetto a volta, Giustiniano si convinse che la sua Santa Sofia dovesse essere ancora più
grande e più splendida: l’imperatore non badò quindi a spese per finanziarne la costruzione, che
cominciò immediatamente dopo la rivolta Nika. Diede l’incarico a due ingegneri, Antemio di Tralles
(che era noto anche come matematico) e Isidoro di Mileto, di innalzare sopra la navata della chiesa, per
un’altezza di 55 metri dalla base, un’enorme cupola dal diametro di 31 metri, un’impresa mai tentata
prima. Nel suo trattato dedicato a esaltare l’attività edilizia dell’imperatore, Procopio parla della tecnica
utilizzata per realizzare questa costruzione senza precedenti, opera che pare sia stata completata solo
cinque anni dopo la sommossa. Egli era probabilmente presente   all’inaugurazione solenne della
nuova cattedrale subito dopo il Natale del 537; ma si trova in difficoltà quando deve spiegare come
l’edificio possa sostenere una cupola così ampia, nella quale si aprivano quaranta finestre che
lasciavano filtrare la luce del sole nel vasto spazio sottostante. Riesce solo a descriverla come una
struttura che sembra fluttuare nell’aria.
Nonostante l’esistenza di cupole più antiche indichi come le necessarie tecniche ingegneristiche
fossero d’uso abbastanza comune, le proporzioni di Santa Sofia sono davvero eccezionali.
Alzare il tetto richiese strutture massicce a ogni angolo del basamento quadrato, da dove quattro
pennacchi a forma di mezzo rombo si curvano verso l’alto per sostenere la base circolare vera e propria
della cupola. Verso est e verso ovest, semicupole di altezza inferiore coprono l’abside e il doppio
nartece, da cui era possibile accedere alla cattedrale attraverso sette porte. La più grande, quella
centrale, era riservata all’imperatore e al patriarca, che si scambiavano qui il saluto ufficiale prima di
muovere verso l’interno. La decorazione di marmo policromo si estendeva dal pavimento al livello
inferiore delle mura perimetrali, e una moltitudine di colonne colorate sosteneva un fregio scolpito che
correva tutto attorno all’edificio. Nei capitelli erano incise le iniziali della coppia imperiale,
Giustiniano e Teodora, e i soffitti delle gallerie erano coperti da mosaici dorati. Quando l’imperatore
vide la cattedrale ultimata, pare che non abbia potuto trattenersi dall’esclamare: «Salomone, io ti ho
superato!» Chiaramente desiderava essere considerato anche lui uno dei più grandi costruttori di edifici
che l’umanità avesse mai conosciuto. Il risultato dell’opera di Antemio e Isidoro, in effetti, fu
un’innovazione architettonica giustamente celebre, che rimase insuperata per circa mille anni.
Nella piazza dell’Augusteum, abbellita da statue di imperatori, Giustiniano fece erigere una
colonna sormontata da un monumento equestre. L’imperatore vi era raffigurato in abbigliamento
militare di foggia persiana, in memoria delle vittorie romane sullo storico nemico orientale ottenute da
Belisario. Giustiniano, come accennato, fece anche ricostruire il Senato, con magnifiche colon  ne di
marmo bianco che sostenevano un portico ulteriormente abbellito da marmi policromi; inoltre fece
porre delle statue sul tetto. L’imperatore commissionò anche due nuovi ospizi, come pure l’enorme
cisterna nota oggi col nome di Yeri Batan Saray, a ovest di Santa Sofia. Grazie a queste grandi opere
edilizie, Giustiniano lasciò il suo marchio indelebile nel cuore della città di Costantino.
Ventun anni dopo, tuttavia, un terremoto provocò l’apertura di alcune crepe nella cupola.
Mentre venivano riparate, crollò la parte orientale della semicupola che copriva l’altare. Con l’aiuto di
altri esperti ingegneri, Isidoro il Giovane, figlio del progettista originale, decise di mettere in sicurezza
la cupola maggiore rialzandola di sette metri, rendendola così di forma più stretta e più ripida. Questa
seconda costruzione fu nuovamente decorata con il mosaico dorato raffigurante una croce
monumentale, e la ricostruzione venne commemorata in un poemetto piuttosto prolisso da Paolo
Silenziario, un funzionario di corte. Il testo ci dà comunque un’idea dell’armonizzarsi dei diversi colori
ottenuto utilizzando marmi di diversa provenienza per le colonne: verde da Karystos, Lakonia e
Tessaglia; screziato dalla Frigia; bianco dal Prokonnesos sul mar di Marmara; purpureo dall’Egitto; e
altri ancora importati dalla Libia e dalla Lidia. Paolo documenta l’uso dell’onice, di una gran quantità
di metallo prezioso e di cortine che dividevano la sezione principale della chiesa dall’abside iberna),
decorata con immagini del Cristo, della Madre di Dio e di santi. Anche la cancellata aveva dischi
d’argento incisi con raffigurazioni simili, e l’ambone era interamente fasciato d’argento.
Nel suo trattato Sugli edifici Procopio fornisce una descrizione dettagliata non soltanto di Santa
Sofia, ma di molte altre chiese in altre città; e di fortificazioni, terme, strade, ponti, perfino locande che
servivano da stazioni di posta imperiali, tutti costruiti per ordine di Giustiniano. La situazione delle
finanze dell’impero era decisamente migliorata grazie alle economie di Anastasio I
(491-518), e le risorse disponibili per sostenere questa vera e propria frenesia edilizia
sembravano illimitate. L’esercito possedeva le conoscenze tecniche e la manodopera necessaria alla
rea  lizzazione delle costruzioni militari, mentre centinaia di operai e artigiani vennero ingaggiati per le
decorazioni in mosaico e in marmo che abbellivano le molte chiese giustinianee dedicate alla Madre di
Dio, come la Chiesa Nuova di Gerusalemme. L’imperatore richiese i tecnici migliori e gli artigiani più
abili, e li sfidò a tradurre in pratica le sue grandi ambizioni. Il costo complessivo della costruzione di
tutti questi edifici deve aver contribuito a dissanguare le finanze dello stato, anche se resta
estremamente difficile valutare il volume delle entrate imperiali (si veda il capitolo 14). Il racconto di
Procopio è, ovviamente, una forma di elogio di Giustiniano e della sua azione di governo, scritto
probabilmente per ottenere un riconoscimento ufficiale. Lo stesso autore, nelle sue Guerre, ci ha
lasciato l’appassionante resoconto delle campagne condotte in nome dell’imperatore contro persiani,
vandali e goti. Dal momento che accompagnò il generale Belisario come segretario, la sua narrazione
da testimone oculare di molte battaglie e negoziati costituisce un’opera storiografica di notevole
interesse, scritta in stile classico, ricca di informazioni dettagliate sulla grande strategia giustinianea
volta a restaurare l’impero romano anche in Occidente. Nonostante questo, sappiamo assai poco sul suo
autore.
Negli Anecdota, o Storia segreta, d’altra parte, Procopio racconta tutto quello che non poteva
includere nelle altre opere, a partire dai trascorsi circensi di Teodora; il modo rude in cui l’imperatrice
trattava i membri della corte e la sua determinazione nel perseguire gli oppositori in campo religioso
vengono messi da Procopio in relazione con l’arrendevolezza del sovrano alla moglie e con le pratiche
demoniache di Teodora stessa. La capacità di Giustiniano di non dormire, o di vivere con poco cibo,
viene invece collegata ai suoi poteri soprannaturali e al disegno perverso di distruggere la struttura
sociale dell’impero. Sia l’imperatore che l’imperatrice, che provenivano dalle classi inferiori,
diffidavano del potere, considerato quasi una qualità fisiologica dell’aristocrazia, e tentarono di ridurne
la tradizionale superiorità. Ma la condanna davvero senza appello di Procopio ci appare in marcato
contrasto con il suo equilibrato resoconto delle campagne milita  ri, o con l’acritica esaltazione della
costruzione di edifici. La Storia segreta deve il suo titolo al fatto che rimase inedita durante la vita del
suo autore, essendo scoperta soltanto nel diciassettesimo secolo in un manoscritto conservato a Roma.
Inizialmente gli studiosi pensarono che fosse stata scritta da un altro Procopio, ma Averil Cameron ha
dimostrato come tutte e tre le opere - le Guerre, il trattato Sugli edifici e la Storia segreta - siano
chiaramente dello stesso autore. Procopio fu evidentemente uno scrittore dalle molte facce, e i suoi
motivi per utilizzare approcci così differenti rimangono una sfida per il lettore moderno.
Giustiniano raggiunse risultati notevoli nei quasi quarantanni del suo lungo regno, ma nulla fu
più glorioso e duraturo di Santa Sofia. In occasione di importanti festività, quando la coppia regnante si
degnava di partecipare al rito nella cattedrale - l’imperatore con il patriarca, l’imperatrice assisa nella
galleria sud-occidentale -, Giustiniano e Teodora potevano osservare lo splendore della liturgia
bizantina nello spazio meraviglioso della Grande Chiesa. A differenza degli altri laici, i sovrani
potevano entrare nel sacro recinto riservato al clero, ad esempio quando venivano sostituiti i paramenti
dell’altare o donate le corone alla chiesa.
Tutte le descrizioni della chiesa sottolineano lo splendido effetto delle luci di innumerevoli
lampade, alcune sospese nello spazio vuoto della cupola, altre che mettevano in risalto le strutture
portanti, e che nell’insieme suscitavano un’impressione memorabile.
La meraviglia espressa da visitatori più tardi era diffusa tra gli stessi bizantini, che
continuavano a chiedersi come fosse stato possibile realizzare sulla terra una struttura del genere.
Viaggiatori arabi annotarono la loro ammirazione per il grande orologio di Santa Sofia, con
ventiquattro porte che si aprivano e chiudevano per segnare le ore. Il monumento diede vita a tutta una
serie di storie leggendarie, che spaziano dal Resoconto della costruzione (probabilmente della prima
metà del decimo secolo) a testi di pellegrini russi fino al folclore greco di età moderna. Il Resoconto descrive
come Giustiniano avesse progettato la chiesa usando il legno dell’arca di Noè per le sue porte; come un
angelo la sorvegliasse, per assicurarsi che non potesse crollare, chiedendo poi agli operai   di aprire
una finestra a tre luci nell’abside in onore della Trinità.
Questi racconti passarono nella memoria collettiva della popolazione, riaffiorando a distanza di
secoli con piccole varianti e abbellimenti. Santa Sofia, per centinaia e centinaia di anni la chiesa più
grande della cristianità, continuava a stupire, e a provocare interpretazioni fantasiose.
La chiesa della Divina Sapienza ispirò anche la moschea fatta costruire dal sultano Maometto secondo sul luogo del mausoleo imperiale e della chiesa dei Santi Apostoli dopo la conquista di Costantinopoli
nel 1453. Fu un simbolo importante di questo cambiamento epocale: eppure anche la moschea a cupola
che prendeva il nome dal sultano continuava a rendere omaggio a un tipo di edificio chiaramente
cristiano. Allo stesso modo, quando ci si avvicina a Costantinopoli dal mare, la Sultan Ahmet Camil,
meglio nota come Moschea Azzurra per il colore delle sue maioliche, sembra rivaleggiare con Santa
Sofia, nonostante sia stata costruita mille anni più tardi; e dal momento che è situata in un luogo
leggermente meno elevato, sembra quasi giacere ai piedi del suo grandioso modello.
Dopo il 1453, quattro minareti aggiunti agli angoli della Grande Chiesa di Giustiniano hanno
segnato la conversione dell’antico monumento all’Islam, ma non fanno che confermare la stranezza
della moschea chiamata Ayasofya, mentre le enormi dimensioni della struttura sotto la sua cupola
rimangono un simbolo concreto della pretesa di Costantinopoli di dominare il mondo. Finché rimarrà in
piedi, Bisanzio sarà sempre presente.

Capitolo 6. I MOSAICI DI RAVENNA.
Nell’abside della chiesa di San Vitale le immagini dello stesso Massimiano, dell’imperatore e
dell’imperatrice sono meravigliosamente affiancate in un mosaico.
Agnello, Libro dei pontefici della Chiesa di Ravenna,
inizi del nono secolo
I mosaici di Ravenna sono stati il mio primo e più entusiasmante contatto con l’arte bizantina.
Durante la Seconda guerra mondiale furono danneggiati dai bombardamenti alleati: tuttavia, dopo il
1945 furono inviate in tutta Europa copie di questi capolavori del sesto secolo al fine di raccogliere fondi
per effettuarne il restauro.
Mia madre aveva visitato la mostra, e desiderava vedere gli originali; io mi trovavo alle prese
con lo studio della lingua italiana a scuola, così pensammo che Ravenna avrebbe potuto essere la meta
delle nostre vacanze estive. Partimmo quindi da Milano con una Fiat 500 a noleggio, per vedere i
pannelli musivi che commemorano Giustiniano e Teodora. Solo in seguito mi chiesi perché i ritratti dei
regnanti di Bisanzio, che mai visitarono Ravenna, fiancheggiassero l’accesso all’altare nella chiesa di
San Vitale. Perché si trovano lì?
Nell’89 a.C. Ravenna, una piccola città sulla costa adriatica, fu conquistata dai romani, che ne
fecero la capitale della provincia italica di Flaminia et Picenum. La località, ben fortificata, aveva a
Classe un porto sicuro, con importanti collegamenti marittimi in tutto il Mediterraneo, cosa che la portò
all’attenzione dell’imperatore Onorio (395-423), che governava la parte occidentale del  l’impero,
mentre suo fratello Arcadio controllava la parte orientale (395-408). Come la maggior parte degli
imperatori del quarto secolo, Onorio non risiedeva a Roma, ma aveva stabilito la propria corte a Milano.
Nel 402 decise di trasferirsi da Milano a Ravenna, città che poteva essere meglio difesa da eventuali
invasioni barbariche. Sotto il patrocinio imperiale, Ravenna crebbe rapidamente, sia in popolazione che
nel numero degli edifici necessari per l’amministrazione di ciò che rimaneva dell’impero romano
d’Occidente. La città attirò aristocratici provenienti da Roma e da altri centri occidentali, commercianti
da ogni parte del Mediterraneo e ambascerie da sovrani che detenevano il potere in territori al di fuori del mondo romano.
Tra i nuovi abitanti di Ravenna c’era Galla Placidia, figlia di Teodosio primo e sorella minore di Arcadio e Onorio. Nel 423, suo figlio Valentiniano terzo fu proclamato augustus d’Occidente ad appena cinque anni: Galla assunse quindi il potere e governò come reggente per più di venticinque anni.
Patrocinò la costruzione di molte chiese dedicate al rito «ortodosso» (antiariano), anche se mantenne
relazioni con la fazione cristiana a favore dell’arianesimo. La sua basilica di San Giovanni il Teologo
deve essere stata un monumento impressionante, che rivaleggiava con la cattedrale della città, dedicata
ad Apollinare, il santo locale, le cui reliquie erano conservate a Classe. La basilica era stata costruita
dopo che Galla aveva vissuto l’esperienza di una devastante tempesta marina durante il suo ritorno da
Costantinopoli. Rivolgendosi in preghiera a san Giovanni (pescatore oltre che evangelista), Galla gli
promise di costruire una chiesa qualora la nave fosse giunta in salvo. I particolari di questa vicenda
decoravano la chiesa originale. Galla fu anche molto abile nel proteggere le prerogative imperiali del figlio da generali troppo ambiziosi.
Nel 437 Valentiniano sposò Eudossia, figlia di Teodosio secondo, in una maestosa cerimonia
anch’essa commemorata con mosaici che decoravano il palazzo di Ravenna.
Poco prima della sua morte nel 450, Galla predispose la realizzazione del proprio mausoleo con
mosaici cristiani al di sopra dei tre sarcofagi destinati a contenere le sue spoglie, quelle del   marito e
del figlio. Si tratta di una splendida piccola camera sepolcrale a forma di croce, con belle finestre di
quarzo, le scene simboliche del Buon Pastore, colombe e cervi che bevono alla fonte della vita e un
cielo stellato sulla volta centrale. Il sepolcro fu dedicato al martire romano san Lorenzo, raffigurato
accanto al rogo dove venne torturato su una graticola. Il mausoleo fu probabilmente collegato al più
esteso complesso del palazzo imperiale, dove rimane il pavimento in mosaico di una cappella dedicata
al culto della Santa Croce. Sotto il vescovo Pietro Crisologo (432-450), a Ravenna furono concesse sei
sedi episcopali in Emilia, precedentemente sotto l’autorità di Milano. Da quando diventò l’indiscussa
capitale d’Italia, la città acquistò ulteriore potere ecclesiastico, in linea con la sua autorità politica.
Nel 455 Roma fu saccheggiata dai vandali, che avevano occupato l’Africa settentrionale con
una ferocia tale da dare origine al moderno termine «vandalismo». La città non tornò mai più al suo
splendore passato. Il declino politico di Roma fu compensato dalla crescita di Ravenna, che divenne
una vera capitale imperiale sotto il re ostrogoto Teodorico, il quale nel 489 vi stabilì il proprio governo
e la propria corte. Teodorico fu uno dei comandanti militari non romani incoraggiati dagli imperatori di
Costantinopoli a spostarsi verso occidente, per mantenere una qualche autorità sulle varie province
italiane. Questo piano era destinato ad alleggerire la pressione sull’Oriente pur lasciando a soldati
barbari un ruolo nella politica imperiale. Spesso provocò gravi problemi alle autorità locali, in
particolare ai vescovi romani. Teodorico era tuttavia un barbaro particolare, poiché aveva trascorso a
Costantinopoli la propria giovinezza (tra il 461 e il 470 circa), come ostaggio per garantire il buon
comportamento del padre; aveva ricevuto una buona istruzione e aveva assimilato le tradizioni della
corte imperiale.
Pur proclamandosi re dei goti - il titolo di rex era comunemente usato dai governanti non
romani -, Teodorico mantenne ambizioni imperiali, che, dopo il suo arrivo a Ravenna sostenuto
dall’imperatore Zenone (474-491), rivelò appieno nelle lettere scritte a suo nome da Cassiodoro.
All’imperatore d’Oriente Ana  stasio (491-518) egli dichiarò: «La nostra regalità è imitazione della
vostra, forgiata sulle vostre buone intenzioni, copia dell’unico impero, e dal momento che vi imitiamo,
noi siamo superiori a ogni altra nazione». Nell’attività di costruzione, nel patrocinio della cultura
tardoantica e nell’abitudine a indossare indumenti purpurei, egli ebbe sicuramente a modello le usanze
imperiali.
Tuttavia, quantunque la sovranità di Teodorico sia sui romani che sui goti fosse riconosciuta
come superiore dai suoi contemporanei sia in Oriente che in Occidente, Costantinopoli non gli conferì
mai il titolo di augustus (imperatore).
Durante il primo quarto del sesto secolo, Teodorico avviò a Ravenna un grande progetto edilizio,
al fine di celebrare la fede ariana dei goti, con la cattedrale dedicata a Cristo (ora Sant’Apollinare
Nuovo), il battistero ariano e un palazzo decorato nel tipico stile imperiale con scene di corse
nell’ippodromo. Nella sua chiesa, Teodorico commissionò mosaici raffiguranti la vita e i miracoli di
Cristo, e altri con sue immagini a capo dei goti in preghiera, il suo palazzo e la città portuale di Classe.
In tal modo il ricordo della teologia ariana, condannata nel primo e nel secondo concilio ecumenico (a
Nicea e a Costantinopoli), ma mantenuta dai goti e da altre popolazioni non romane, fu conservato in
chiese arricchite da eleganti decorazioni musive. Su imitazione di Galla Placidia, Teodorico costruì il
proprio monumento funerario: il mausoleo si conserva ancora, con un imponente monolite che ne
ricopre la tomba. Teodorico edificò anche palazzi, fortezze, acquedotti, terme e altri edifici pubblici
degni di un committente imperiale.
Teodorico visitò Roma solo una volta, nel 500, quando celebrò in un modo degno di un
imperatore i suoi tricennalia (i trentanni di regno). Pare che datasse la sua assunzione del potere a
partire dalla sua prima vittoria militare, nel 470 circa. Dopo la cerimonia di benvenuto di papa
Simmaco, dell’intero Senato e del popolo avvenuta al di fuori della città, Teodorico pregò in San
Pietro, parlò al Senato, istituì spettacoli circensi e aumentò l’annona, la distribuzione del pane. Per sei
mesi visse sul Palatino, nell’antico palazzo imperiale, e promise di mantenere le ordinanze dei
pre  cedenti imperatori romani. Descrisse l’antica capitale come un centro di cultura: «Tutti dovrebbero
apprezzare Roma, questa fertile madre di eloquenza, questo vasto impero di ogni virtù, questa città
dove nessuno può considerarsi straniero». Tuttavia Teodorico consacrò i successivi venticinque anni
alla propria capitale, Ravenna, dove regnò con grande abilità e tolleranza su una società mista di goti e
romani, ariani e non.
Ciò risulta dalle numerose lettere scritte da Cassiodoro che riflettono le ambizioni di Teodorico.
In risposta a un appello, ad esempio, l’imperatore rispondeva: «Io, che mi occupo della giustizia, anche
senza alcuna richiesta, accolgo volentieri le istanze ragionevoli dei supplicanti. Perché cosa c’è di più
equo che l’integrità della giustizia conservi il mio stato, proprio come lo proteggono le armi?» In modo
simile, quando gli ebrei di Genova gli chiesero il permesso di ricostruire l’antica sinagoga, l’imperatore
rispose che avrebbero potuto riedificarla, ma senza ampliarla.
«Naturalmente vi do il permesso, ma condanno le preghiere di chi si è allontanato dalla retta via
(...) Non posso comandare la vostra fede, poiché nessuno può essere costretto a credere contro la
propria volontà.» In questo modo, Teodorico consolidava la lealtà dei suoi sudditi, numerosi e così
diversi fra loro.
Secondo l’uso imperiale a Ravenna coniò monete ed emise un medaglione con il proprio
ritratto. Con l’aiuto del dotto senatore Cassiodoro, che fu suo cancelliere, Teodorico assicurò
un’efficiente amministrazione, emettendo atti vergati, in genere su papiro. Diede impulso alla vita
intellettuale della città e patrocinò studiosi come il filosofo Boezio, a cui venne affidato l’incarico di
redigere istruzioni per la costruzione di meridiane, orologi ad acqua e altre apparecchiature. Intorno al
524 Boezio fu accusato di tradimento e, prima della morte, in prigione, scrisse la sua famosa
Consolazione della filosofia. L’uccisione del filosofo e del suocero Simmaco furono atti di cui il re si
sarebbe più tardi rammaricato.
Anche se Teodorico manteneva la sua fedeltà alle definizioni ariane dello stato e della natura di
Cristo, e incoraggiava la cultura neoariana a contrastare le rivendicazioni dell’ortodossia, le
due   comunità religiose coesistevano pacificamente. Sotto il suo patrocinio furono prodotti lussuosi
manoscritti dei Vangeli nella traduzione gotica di Ulfila; ancora oggi nella biblioteca universitaria di
Uppsala, in Svezia, è possibile consultarne una copia scritta in inchiostro d’argento su pergamena
purpurea. Per quanto concerne la lingua, la legge e le definizioni religiose, il confronto tra mondo
gotico e mondo romano rese Ravenna un punto d’incontro strategico per le due culture. Qui si
integrarono credenze e usanze romane e non, un fattore cruciale per la futura storia dell'Occidente. Tale
processo culturale e di assimilazione è brillantemente dimostrato nella storia di Ravenna, che attirò
romani e non romani, e che divenne la nuova capitale dell'Occidente.
Alla morte di Teodorico, nel 526, sua figlia Amalasunta assunse la carica di reggente in nome
del giovane figlio Atalarico, proclamato re all’età di dieci anni. Amalasunta era stata educata nei
costumi romani ed era ben disposta verso Costantinopoli, cosa che provocò gradualmente l’ostilità dei
cortigiani goti. Temendo che essa avrebbe potuto portare l’Italia a una più stretta alleanza con
l’Oriente, i goti spalleggiarono contro di lei suo cugino Teodato. Pur essendo riuscita a mantenere la
reggenza fino alla morte del figlio nel 534, Amalasunta non poté continuare a governare da sola come
regina. Da quel momento fu dunque costretta ad assimilare a sé nella gestione del potere il cugino, che
la fece esiliare e poi strangolare. Tale trattamento indusse Giustiniano a vendicarne la morte. Poiché i
sovrani di Costantinopoli avevano mantenuto l’illusione di detenere l’autorità suprema sull’Italia,
Giustiniano giustificò l’atto di inviare truppe contro Teodato sostenendo che quest’ultimo aveva
usurpato il trono. L’imperatore si trovava già impegnato in una campagna di ripristino dell’autorità
romana nelle province occidentali conquistate dalle tribù barbare. Nel 533 il generale bizantino
Belisario, che si era fatto un nome sulla frontiera orientale combattendo contro la Persia, conseguì una
grande vittoria sui vandali in Africa. Sebbene le forze coinvolte fossero limitate, il controllo bizantino
sull’Africa settentrionale fu ripristinato. Belisario sbarcò quindi in Sicilia, da cui, su ordine di
Giustiniano, marciò verso nord contro   i goti, mentre un altro generale, Mundus, invase l’Italia da
settentrione. Di fronte a queste minacce, i goti abbandonarono Teodato ed elessero un altro sovrano,
Vitige. Questi si rivelò tuttavia inadatto al compito di sconfiggere Belisario: questi entrò a Ravenna nel
540, catturò Vitige e restaurò il dominio imperiale. I dettagli di queste campagne sono riferiti da
Procopio nelle sue Guerre.
La sconfitta dei goti fornì l’occasione per un altro grande boom edilizio, organizzato
principalmente dai vescovi di Ravenna con l’appoggio di un ricco mercante d’argento, Giuliano, che
già aveva contribuito alla costruzione della basilica ariana di Sant’Apolinnare in Classe. Egli rivestì
inoltre il ruolo di banchiere e committente per la chiesa di San Vitale, dedicata all’altro santo patrono di
Ravenna. La costruzione dell’edificio era stata avviata dal vescovo Ecclesio sotto il dominio goto, ma
venne completata solo dal successore Massimiano nel 547. All’interno di questo edificio ottagonale i
pannelli a mosaico raffiguranti l’imperatore e la moglie, che fiancheggiano l’accesso all’altare,
sostituivano i più antichi ritratti di Teodorico e confermavano il ritorno di Ravenna all’ortodossia.
Ambedue i regnanti venivano raffigurati nell’atto di presentare doni al santo, insieme ai loro cortigiani.
Questi mosaici rappresentano dunque sui muri di una chiesa ravennate del sesto secolo
l’imperatore d’Oriente e sua moglie, sebbene essi non siano mai stati in Italia. Chi insistette per la
collocazione dei pannelli imperiali a San Vitale? Dal momento che Giustiniano costruì e decorò molte
altre chiese in diverse parti dell’impero, è chiaro che avrebbe potuto finanziare anche le parti
conclusive della costruzione e la decorazione musiva. È anche possibile tuttavia che il responsabile di
quest’ultima fosse Giuliano, il mercante d’argento, o che fosse stato il vescovo Massimiano ad insistere
per l’inclusione della coppia imperiale. Qualunque sia stata la loro origine, i pannelli sono unici e
rappresentano il solo caso in cui sovrani bizantini del sesto secolo sono raffigurati nella zona della chiesa
più vicina all’altare.
Si è discusso molto riguardo al ritratto di Teodora. Ella è raffigurata nei suoi paramenti
imperiali, la cui porpora aveva affermato di preferire come sudario piuttosto che darsi alla fuga.
Sull’orlo del manto i Magi sono raffigurati mentre offrono i doni al Cristo bambino: al di sotto
dei paramenti la sua veste ha un ampio bordo d’oro, rosso e verde. Teodora porta sulle spalle un ampio
ornamento di pietre preziose e sul capo un’alta corona dalla quale pendono lunghe file di perle che
raggiungono il seno.
A differenza delle damigelle, che indossano favolosi abiti multicolori - decorati con motivi che
dovevano essere tradizionali, perché sono stati rinvenuti in frammenti di tessuti di seta -, calzature
rosse, collane, orecchini e copricapi, Teodora ha un aspetto più monumentale che umano. Alcuni storici
dell’arte pensano che offra il suo dono, una grande coppa di monete, alla fontana situata di fronte a un
luogo buio che rappresenta la sua morte. Qualunque sia il motivo, quest’austera figura imperiale coglie
il senso dell’autorità suprema di Teodora, elevatasi molto al di sopra della sua umile origine di artista di
pantomima. Sta in piedi di fronte al marito, raffigurato con grandi paramenti imperiali accompagnato
dal vescovo Massimiano, da membri del clero e dalle sue guardie del corpo.
Gli ortodossi proseguirono nel processo di rimozione da Ravenna di tutte le tracce di
arianesimo. Nel 561 il vescovo Agnello riconsacrò a san Martino e al culto ortodosso la cattedrale di
Teodorico dedicata a Cristo, conosciuta fino ad allora come «Cielo  d’Oro». Sostituì il ritratto del
sovrano con mosaici dorati che raffiguravano se stesso e l’imperatore Giustiniano. Rimangono ancora
tracce dell’originale mosaico ariano nella parte che raffigura il Palatium di Teodorico, dove
sopravvivono mani che una volta appartenevano a personaggi ariani epurati. Altrove sono rimaste
intatte altre immagini di Teodorico, che continuano a suscitare grande stupore. Circa tre secoli dopo,
uno storico ecclesiastico lodò un ritratto musivo del sovrano goto, in cui appaiono anche
personificazioni di Roma e Ravenna, che decorava il palazzo di Teodorico a Pavia ancora negli anni
Trenta del nono secolo. Egli documentò inoltre lo spostamento da parte di Carlo Magno della statua
equestre di Teodorico, «un cavallo bronzeo ricoperto d’oro lucente (...) nel suo palazzo chiamato
Aachen», dove poteva ancora essere ammirata.
L’esito delle campagne occidentali di Giustiniano non assicurò solo la soppressione delle forze
filoariane, ma riportò anche sotto il controllo imperiale due vaste zone dell’Africa settentrionale e
dell’Italia. Già alla fine del sesto secolo Costantinopoli nominò al governo di Cartagine e Ravenna due
ufficiali, detti esarchi, dotati di poteri straordinari che combinavano autorità civili e militari.
Tale rottura con la tradizione romana della separazione tra l’esercito e l’amministrazione civile
sottolinea l’importanza attribuita ai territori riconquistati. In Africa, l’esarca controllava la ricca e
fiorente regione costiera che continuava a esportare grano, e che produceva ceramiche di pregio, le
rosse argille africane presenti in tutto il bacino del Mediterraneo. Da Ravenna l’esarca governava
sull’Italia settentrionale e centrale fino a Roma, mentre le province dell’Italia meridionale e la Sicilia
venivano amministrate da ufficiali di rango minore nominati da Costantinopoli. La preminenza di
Ravenna fu così assicurata, e per quasi due secoli la città rivestì il ruolo di capitale bizantina
d’Occidente, fulcro dei contatti tra Costantinopoli e l’Italia. Ravenna rimase il porto più importante
sulla costa orientale dell’Italia, presso la foce del Po: importava beni rari, quali il papiro dall’Egitto, e li
ridistribuiva in località più settentrionali e occidentali. Manteneva contatti regolari via mare con
Costantinopoli e altri luoghi del Mediterraneo orientale non solo durante l’estate, ma anche nel corso
della stagione invernale, quando la maggior parte dei capitani si rifiutava di affrontare i rischi della
traversata. La città patrocinava laboratori dove venivano formati incisori dell’avorio, mosaicisti e altri
artigiani.
L’ambizione di Giustiniano di ripristinare la sovranità romana in Occidente ebbe risultati
duraturi, sebbene questi non fossero prevedibili al momento della realizzazione dei mosaici imperiali a
San Vitale. Prima della fine del sesto secolo, tuttavia, una popolazione barbarica, i longobardi, cominciò a
conquistare l’Italia settentrionale, una delle cui regioni, la Lombardia, porta tuttora il loro nome. Una
volta stabilitisi nelle antiche città di Pavia e Monza, i longobardi diressero le proprie forze contro Roma
e Ravenna. Nel 751, dopo vari attacchi, anche l’ultimo baluardo   dell’autorità bizantina in Italia,
difeso dall’esarca, cadde sotto il controllo longobardo. Da Costantinopoli, Costantino quinto (741-75) non
fu in grado di inviare a Roma rinforzi militari, e papa Stefano secondo fu costretto a ricercare un’altra fonte di
protezione militare (si veda il capitolo 10). Questo si rivelò un momento critico per la storia europea,
quando cioè il vescovo di Roma abbandonò il tradizionale legame di lealtà diplomatica con
Costantinopoli, e compì un viaggio senza precedenti oltre le Alpi, a Ponthion, nella Francia
settentrionale, al fine di concludere un’alleanza con il re dei franchi, Pipino. I franchi acconsentirono
alla difesa di Roma dai longobardi, e alla restituzione di ogni territorio italiano riconquistato al
patrimonio di san Pietro.
In tal modo, Pipino e il papa Stefano stabilirono un nuovo asse che poneva il Nord Europa al
centro del cristianesimo occidentale, e che escluse gradualmente sia Bisanzio che Ravenna. Il figlio di
Pipino, Carlo Magno, avrebbe in seguito utilizzato la città come base amministrativa dell’Italia
settentrionale; egli la spogliò inoltre delle sue colonne e dei capitelli antichi, servendosene come
materiale edilizio nella sua nuova capitale, Aachen, e, come abbiamo già visto, rimosse la statua
equestre di Teodorico. Tuttavia, sia per i franchi che per i loro discendenti, i carolingi, furono Roma e
le reliquie di san Pietro a ispirare sia la loro devozione spirituale che le loro imprese militari.
Dall’830 all’846 il sacerdote Andrea Agnello tenne, in varie fasi, pubbliche conferenze sulla
storia della città, che furono in seguito raccolte a formare il suo «libro pontificale» di Ravenna,
contenente le vite dei vescovi della città. Nel corso del suo racconto, dominato dalle rivalità e dai
sanguinosi conflitti a livello locale, Agnello cita le iscrizioni dei monumenti e le opere d’arte a lui note,
quali l’epigrafe musiva dorata in esametri nelle terme erette dal vescovo Vittore, o i versi dipinti sopra i
Quattro Fiumi del Paradiso a San Zaccaria. Egli narra anche numerose leggende divertenti, come quella
dell’abate che tornò miracolosamente in volo da Costantinopoli a Ravenna dal momento che non
c’erano navi disponibili, e racconta dei momenti solenni nei quali le immagini sacre erano adoperate in
sostituzione di contratti scritti. In   un caso, le parti in causa in un prestito commerciale invocarono
un’icona di sant’Andrea come testimone e garante; allo stesso modo, quando il clero di Ravenna accusò
l’arcivescovo Teodoro di aver depredato le ricchezze della sua Chiesa, lo fece alla presenza di immagini di sant’Apollinare.
Ravenna perse importanza con la decadenza del porto di Classe, porto che nel decimo secolo era
ormai ridotto a un acquitrino. Ora si trova ora a vari chilometri dal mare, ma tre generazioni di sovrani tedeschi, Ottone primo, secondo e terzo, ne conobbero l’antica importanza e lo visitarono. Il commercio ravennate
con il Mediterraneo orientale e i legami con Costantinopoli furono ereditati da una nuova comunità
all’estremità dell’Adriatico: Venezia. Gli abitanti delle isole sparse sulla laguna si concentrarono più
tenacemente sulle costruzioni navali, la guerra marittima e il commercio internazionale, e furono in
grado di sviluppare diverse relazioni con Bisanzio, di cui parlerò in seguito. Fortunatamente l’eclissi
della città ha comunque permesso la conservazione dei suoi mosaici, testimonianza dei giorni di
splendore quando romani, goti e bizantini governavano l’Italia da Ravenna, la Costantinopoli d’Occidente.

Capitolo 7. IL DIRITTO ROMANO.
Noi tutti riconosciamo la legge come qualcosa che reca un generale vantaggio, salvatrice,
guardiana delle nostre vite, e così via, perché ci sbarazza del vizio e rafforza la virtù, e perché fa
pensare agli uomini che dovrebbero onorare la virtù e punire i malfattori.
Tommaso Magistro, Sui doveri del sovrano, fine del tredicesimo secolo
L’applicazione della legge scritta fu fondamentale per tutta la lunga storia di Bisanzio; i
cittadini comuni si servivano dei tribunali per raggiungere una soluzione legale e vincolante delle
controversie relative a eredità, proprietà e legami familiari. La legge bizantina si sviluppò dal sistema
legale romano, riconosciuto come uno dei maggiori contributi di Roma alla civilizzazione mondiale,
che fu elaborato dai giuristi tra il quintosecolo a.C. e il I secolo d.C. La grande innovazione di tale sistema
consisteva nell’istituzione di tribunali e nella nomina di magistrati qualificati che li presiedessero.
Questi ufficiali avevano il potere di emettere mandati di comparizione, seguire la causa e ordinare
l’esecuzione della sentenza, con la possibilità di ricorrere in appello. Lo stesso procedimento legale è
tuttora in uso nei paesi governati da un codice di diritto civile. Le tradizioni romane portarono anche
nel Mediterraneo orientale una nuova enfasi sulla legge scritta, che si sviluppò in varie forme: editti di
magistrati, risoluzioni del Senato romano e decreti imperiali (costituzioni). Queste diverse raccolte   di
leggi venivano utilizzate nei tribunali situati in ogni grande città, e in tutte le capitali provinciali.
Fonte di legge erano anche le risposte agli appelli presentati all’imperatore, ad esempio per un
condono fiscale dopo un cattivo raccolto. Le città e le province si servivano dei loro migliori oratori per
incarichi di tale genere, che spesso terminavano con l’emanazione di norme speciali aggiunte ai decreti
imperiali. A metà del secondo secolo l’imperatore era ormai diventato l’unica fonte del diritto: tuttavia, i
commentari di cinque precedenti giuristi romani - Papiniano, Paolo, Gaio, Ulpiano e Modesto - furono
riconosciuti come particolarmente importanti per l’interpretazione delle antiche leggi. Per assicurare il
corretto utilizzo di tali collezioni latine, nonché la loro interpretazione e applicazione, erano necessari
esperti qualificati; da qui la nascita di scuole di giurisprudenza, e la crescita di una categoria specifica
di giuristi dotati di esperienza pratica, gli scholastikoi. La padronanza della retorica rappresentava un aspetto essenziale dell’abilità forense.
Roma, Alessandria, Atene, Costantinopoli e Berito (Beirut, in Libano) si affermarono come i centri più importanti di istruzione giuridica. Come precedentemente accennato, nel 425 Teodosio secondo
fondò nella capitale una scuola di giurisprudenza finanziata dallo stato. Egli riconobbe la difficoltà di
utilizzare leggi chiaramente in conflitto fra loro e decreti che provocavano interpretazioni diverse dello
stesso argomento. Quindi, nel 429, ordinò che esperti di diritto redigessero un codice di leggi per
l’impero romano, rivedendo e raccogliendo in un unico volume tutte le leggi imperiali emanate fin dai
tempi di Costantino I. Anche se alcune raccolte più antiche erano già note con i nomi dei loro estensori,
questa fu la prima codificazione ufficiale. Nel novembre del 437, a Costantinopoli, fu presentato ai
funzionari imperiali più importanti il Codex Theodosianus, che entrò in vigore il primo giorno
dell’anno seguente. Ne furono portate copie a Roma, e presentate ai senatori, che ne predisposero
un’ulteriore distribuzione. Il Codex conteneva più di duemilacinquecento testi di legge pubblicati tra il
313 e il 437, inclusi, nella sezione finale, quelli relativi al cristianesimo. Furono emendate le
contraddizioni e le confusioni   tra leggi diverse, e l’intero sistema venne semplificato. Il Codex fu
applicato in entrambe le metà dell’impero e insegnato nelle scuole di giurisprudenza, all’epoca
concentrate in Oriente.
Per molti anni, la colonia romana di Berito, sulle coste libanesi, si era distinta
nell’insegnamento del diritto; la sua fama non venne meno, finché nel 550-551 la città fu distrutta da un
terremoto. La Vita di Severo (che più tardi divenne patriarca monofisita di Antiochia, 512-518)
conserva una descrizione del ciclo quinquennale di studi legali e l’analisi di alcuni commentari in uso a
Berito.
Tuttavia l’autore, Zaccaria, anch’egli in seguito diventato avvocato, presta maggiore attenzione
ai fervidi sforzi degli studenti cristiani nello sradicamento delle pratiche magiche rivolte agli antichi
dèi, del manicheismo e di altre credenze illecite.
Circa un secolo dopo la pubblicazione del Codex Theodosianus, Giustiniano salì al potere. Egli
diede immediatamente avvio a un’ulteriore riforma del diritto. Nel 528 istituì una commissione di dieci
uomini esperti di legge sotto la direzione di Triboniano, il capo dell’amministrazione giudiziaria
(quaestor), al fine di mettere ordine fra tutte le leggi imperiali di valore pratico e per adeguare i vari
provvedimenti alle reali condizioni del sesto secolo. Nel 529 fu pertanto emanato il Codex
Constitutionum e tutte le leggi imperiali non contenute in esso furono abrogate. Tale raccolta
semplificata non è sopravvissuta, ma è riassunta nel Corpus Iuris Civilis (corpus del diritto civile),
prodotto in un secondo periodo di riforme legali, durato dal 530 al 534. Per portare a termine questa
redazione più approfondita, Giustiniano nominò sedici esperti di legge con il compito di mettere ordine
nei commentari dei più importanti giuristi che si erano accumulati fino a formare una massa
inutilizzabile di opinioni contraddittorie. Il loro lavoro diede vita, nel 533, a cinquanta libri di testi
approvati chiamato Digesto (o Pandette), a seguito del quale furono abrogati tutti gli altri commentari.
Nello stesso periodo vennero pubblicate le Istituzioni, una ricostruzione sintetica degli elementi del
diritto romano destinata a fare da guida agli studenti. Giustiniano continuò a emanare molte altre leggi,
conosciute come leggi «nuove» (Novelle) per distinguerle da quelle vecchie. Il codice di diritto
civile   del 534 era perciò costituito da quattro sezioni: la vecchia raccolta delle costituzioni imperiali,
in edizione riveduta in dodici libri e nota come Codex Iustinianus; il Digesto-, le Istituzioni e le nuove
leggi, alle quali i successivi sovrani aggiunsero poi i propri provvedimenti. Esso rimase in vigore a
Bisanzio fino alla definitiva caduta dell’impero nelle mani dei turchi novecento anni dopo.
Tuttavia, in Occidente il codice di Giustiniano non riuscì a raggiungere la stessa diffusione di
quello di Teodosio, che influenzò sia il diritto locale consuetudinario, sia i codici legali barbarici
utilizzati nella Spagna visigota, in Francia, in Borgogna e nell’Italia longobarda. Ogni conoscenza del
Corpus Iuris Civilis si era praticamente persa tra l’inizio del settimo e il tardo undicesimo secolo, quando fu
scoperta una splendida copia del Digesto, «bella come una stella». Con ogni probabilità essa era stata
prodotta nel sesto secolo ed era sopravvissuta nell’Italia meridionale, dove le province governate da
Costantinopoli avevano continuato a utilizzare il diritto romano. Il testo delle Istituzioni fu a poco a
poco riscoperto e gli insegnanti di diritto a Ravenna, Pavia e soprattutto a Bologna cominciarono a
comporre glosse e altri commentari. Entro la metà del dodicesimo secolo la raccolta di diritto canonico di Graziano, il Decretum, risalente al 1130-40 circa, e i privilegi concessi agli studenti di Bologna (nel 1158) dall’imperatore Federico primo Barbarossa, incoraggiarono e diffusero la conoscenza delle antiche
fonti di entrambi i tipi di legge. Che la codificazione legale bizantina abbia avuto o meno una precisa
influenza sui rapporti tra Chiesa e stato in Occidente, il diritto canonico enfatizzò chiaramente
l’autorità papale, mentre gli imperatori occidentali utilizzarono il diritto civile per accrescere il proprio
potere.
La legge romana è caratterizzata dall’attenzione al diritto delle persone, liberi e schiavi, alle
loro relazioni per quel che riguarda il matrimonio e il divorzio, al diritto di proprietà e al possesso, alle
violazioni, ai contratti e all’eredità, tutto regolato dalla procedura che stabiliva il principio di un equo
processo di fronte a un giudice competente, sia in materia civile che penale. In aggiunta, fin dal sesto
secolo esisteva un corpus di leggi ecclesiastiche in continua espansione: canoni stabiliti dai concili
ecumenici e sinodi   provinciali, risultati di appelli ai patriarchi. Nel 580 questa massa di materiale fu
raccolta sia ad Antiochia che a Costantinopoli. A tali collezioni venne dato il nome di nomocanoni,
ovvero un insieme di nomos, legge civile, e kanon, legge ecclesiastica o canone.
La più importante di queste, il Nomocanone in quattordici titoli, venne probabilmente composta
durante il regno di Eraclio (610641) basandosi sull’opera dei patriarchi del sesto secolo.
Anche in Occidente aveva avuto luogo un processo simile quando il papa Ormisda (514-523)
aveva commissionato a Dionigi, soprannominato «il Piccolo» (exiguus), la traduzione in latino dei
decreti canonici greci più importanti. Egli vi incluse le prime cinquanta costituzioni apostoliche (non le
sole trentacinque riconosciute in Oriente), i canoni dei concili ecumenici e di altri concili e le decisioni
di altre trentotto lettere papali composte tra il 384 e il 498, che furono poi note come «decretali». Le
due raccolte contenevano pertanto gli stessi materiali conciliari, ma mentre le raccolte orientali
includevano le norme di san Basilio e le leggi di Giustiniano, Dionigi vi incluse i decreti papali, che
elevò al rango canonico. Tale materiale aggiuntivo formò la base dei successivi contrasti tra la Chiesa
occidentale e quella orientale.
In contrasto con il codice di Teodosio, i dodici libri del codice di Giustiniano davano rilievo a
istanze di fede cristiana e a decisioni concernenti questioni ecclesiastiche, sociali ed economiche
proprie del sesto secolo. Alcune delle successive Novelle di Giustiniano estesero l’influsso della morale
cristiana, ad esempio nell’insistenza sulla necessità di proteggere le donne votate alla verginità, e
nell’impedire il reclutamento di giovani prostitute nelle campagne. I decreti civili ed ecclesiastici si
armonizzarono gradualmente in un doppio sistema di amministrazione legale che adeguava i principi
romani alle necessità dell’impero cristiano di Bisanzio. Dopo la chiusura dell’Accademia platonica di
Atene (529), ma anche a seguito del terribile terremoto che distrusse Berito nel 550-551, Alessandria
d’Egitto divenne l’unico centro di formazione giuridica e filosofica al di fuori della capitale. I suoi
studiosi insegnavano una versione cristianizzata della filosofia aristotelica, considerata meno dannosa
di quella neopla  tonica di Atene. Dopo la conquista araba del settimo secolo, tuttavia, l’intero
insegnamento giuridico e filosofico fu concentrato a Costantinopoli.
Utilizzando le Istituzioni come base dell’insegnamento del diritto, gli studenti si trovavano a dover padroneggiare la giurisprudenza in cinque anni di studio e  dovevano superare l’esame dei loro
insegnanti prima di essere ammessi alle due categorie professionali giuridiche: gli avvocati, i synegoroi (o scholastikoi) e i notai (taboularioi). La qualifica di scholastikos è utilizzata da numerosi autori fino al settimo secolo, quando sembra essere stata sostituita da quella di krites, giudice, titolo usato anche dal
quaestor, l’eparca (prefetto governatore) di Costantinopoli, e dal giudice a capo della corte d’appello,
epi ton deeseon, una carica istituita nel settimo secolo. L’eparca era a capo dell’apparato giudiziario della
città, controllava sia la polizia che le carceri e presiedeva il cerimoniale, il commercio e le attività
industriali della capitale.
Nel corso del sesto secolo il latino, un tempo fondamentale per tutti gli studi di diritto romano,
venne sostituito dal greco. Il Corpus Iuris Civilis promulgato nel novembre del 534 fu rapidamente
tradotto, e le successive nuove leggi di Giustiniano furono promulgate esclusivamente in greco. La
conoscenza del latino, non più in uso, svanì rapidamente, e il suo insegnamento cessò.
Alcuni termini latini sopravvissero solo in ambito militare e a corte, due istituzioni fortemente
connesse alle tradizioni romane: il «bene, bene» pronunciato come benvenuto ufficiale a corte, e vari
altri ordini e nomi di armi e gradi dell’esercito traslitterati in greco, ma che rivelano chiaramente
un’origine latina. Neppure la letteratura latina fu molto studiata a Bisanzio, finché Massimo Pianude
tradusse alla fine del tredicesimo secolo le opere di Virgilio, Ovidio, Cicerone e Boezio (si veda il capitolo 27).
Gli imperatori continuarono a emettere leggi che riflettevano la crescente influenza del
cristianesimo sulle questioni relative al matrimonio, ad esempio nell’Ecloga del 740, il breve codice
giuridico di Leone terzo dove vengono tra l’altro sostituite con mutilazioni fisiche la pena capitale. Nel
tardo nono secolo i Basilika fornirono un’edizione in sei volumi di leggi imperiali raggruppate
in   sessanta libri organizzati secondo l’argomento e in ordine cronologico, con la parte riguardante il
Digesto che precedeva il Codex lustinianus e le Novelle. La nuova composizione fu commissionata da
Basilio I (867-886) e completata da suo figlio Leone sesto, soprannominato il Saggio (886-912), che ne
scrisse la prefazione. Nello stesso periodo, il patriarca Fozio compose un nuovo prologo alla seconda
edizione del Nomocanone pubblicata nell’882-883; essa comprende tutti i canoni pubblicati dopo la
prima edizione, e fu immediatamente tradotta in slavo per facilitare l’amministrazione della neonata
Chiesa bulgara. Perciò, sia nel diritto civile che in quello ecclesiastico, si verificò un evidente ritorno
d’interesse, che continuò fino al 1204. Teodoro Bestes, un canonista, scrisse nel 1089-90 un terzo
prologo al Nomocanone, e nel 1177 Teodoro Balsamone, un eminente ecclesiastico, ne compose un
quarto e un commentario. Nel campo del diritto civile, gli imperatori continuarono a emanare Novelle
relative a tutte le questioni più importanti.
Gli imperatori si impegnarono anche a imporre la legge. Sotto Teofilo (829-842), la cerimonia durante la quale il sovrano, ogni venerdì, compiva il tragitto di andata e ritorno dal Gran Palazzo alla
chiesa delle Blacheme forniva ai cittadini comuni l’opportunità di appellarsi all’imperatore. In una di queste occasioni una vedova si lamentò con Teofilo di essere stata derubata di un cavallo dall’eparca della città; non solo, ma secondo la donna si trattava proprio del cavallo che ora apparteneva all’imperatore!
Teofilo ordinò un’indagine e scoprì che la denuncia era legittima: l’eparca le aveva sottratto l’animale e lo aveva consegnato al sovrano. Teofilo restituì immediatamente il cavallo alla legittima
proprietaria e punì l’alto funzionario. Le numerose versioni di questa storia fanno supporre che fosse molto nota. La pratica venne mantenuta a Nicea nel tredicesimo secolo e a Costantinopoli nel quattordicesimo secolo, quando divenne una cerimonia ufficiale chiamata kavalikeuma, accompagnata dal suono di comi e trombe, «in modo che l’avanzata dell’imperatore venisse annunciata a coloro che erano stati trattati
ingiustamente, e chi avesse bisogno del suo sostegno potesse avvicinarsi a sua Altezza Imperiale».
In questa salda cornice giuridica magistrati particolarmente preparati ebbero la possibilità di
esprimere opinioni non convenzionali, testimonianza della determinazione e della fiducia nei propri
mezzi tipica degli uomini di legge bizantini. Nei primi anni dell’undicesimo secolo Eustazio Romaios, il cui
bisnonno era stato magistrato, occupò la più alta carica giuridica, droungarios tes vigíes
(originariamente «comandante della guardia», una funzione militare che in quel periodo divenne un
titolo civile). In qualità di giudice della corte imperiale fino alla sua morte, intorno al 1034, promulgò
numerosi verdetti, opinioni e studi specifici che ci permettono di osservare come la legge fosse
applicata e interpretata.
In un caso molto dibattuto, Eustazio risolse un’istanza di scioglimento di matrimonio, basata
sull’imputazione di rapimento e di violenza carnale. Contro le diverse opinioni dei suoi colleghi
giudici, egli fece notare che l’imputazione, in origine, non menzionava la questione dello stupro, e che
«donne degne di fede» avevano testimoniato sulla verginità della ragazza: pertanto, lo stupro non
poteva aver reso illegittimo il matrimonio. Per quanto concerne le prove fornite dalle donne, ricusate
dai querelanti, andavano invece ammesse in giudizio, perché in tali questioni gli uomini non potevano
fungere da testimoni; pertanto, Eustazio confermò la piena legittimità del matrimonio. I suoi scritti
furono raccolti da un collega o da un suo studente in un manuale, la Peira («esperienza») concepito per
presentare semplici regole basate sulla sua interpretazione creativa delle leggi. Esso rappresenta un
risultato importante che dimostra l’adattabilità e la flessibilità dell’eredità giuridica romana.
Nel 1047 questa vivace attività intellettuale spinse Costantino nono (1042-1055) a fondare nella
capitale due scuole pubbliche, una di giurisprudenza e una di filosofia. Lo scopo della nuova scuola di
legge fu la formazione di due tipi di giuristi: i notai (notarioi) e gli avvocati (synegoroi), entrambi
organizzati in collegi professionali. Il nomophylax, guardiano delle leggi scelto a presiederla, fu
Giovanni Xiphilinos, autore di numerosi commentari giuridici prima dell’ingresso in monastero sul
monte Olimpo e della successiva elezione al patriarcato (1064-1075). L’imperatore nominò
Michele Psello a capo della scuola di filosofia. Spirito eclettico e brillante, Psello è oggi noto
soprattutto per la sua Storia dedicata al regno di quattordici imperatori (976-1078): egli fu tuttavia
autore di numerosi altri scritti di argomento filosofico, matematico, gli Oracoli caldaici, e di una grande
raccolta epistolare (si veda il capitolo 21). Verso la fine dell’undicesimo secolo un testo noto come Tipoukeitos
(«cosa si può trovare e dove») servì da indice ai Basilika, aggiungendo riferimenti alle leggi dell’XI
secolo e alle interpretazioni legali di Eustazio Romaios. Il Tipoukeitos, probabilmente opera di un
giudice, un certo Patzes, facilitò l’utilizzo delle fonti legali attraverso la citazione dell'incipit delle
singole leggi.
Anche in ambito ecclesiastico, semplici sacerdoti e vescovi erano soliti presentare i propri casi a
Costantinopoli, dove il patriarca presiedeva una corte d’appello. Dal momento che, nell’undicesimo secolo,
l’avanzata e l’occupazione dell’Asia Minore da parte dei turchi selgiuchidi avevano costretto molti
vescovi a cercare rifugio nella capitale, questi si unirono al sinodo permanente associato al patriarca
(Synodos endemousa) ed entrarono a far parte della sua corte di giustizia. Questo tribunale emanò
regole destinate sia a salvaguardare lo status dei vescovi in esilio, sia a fornire una guida per coloro che
vivevano sotto la dominazione musulmana e lamentavano il fatto che «i sessanta libri delle leggi detti
Basilika non sono molto noti nelle nostre terre (...) È lecito per i siriani ortodossi e per gli armeni (...)
recitare l’ufficio divino nella propria lingua?» Nel redigere il responso legale nel 1194, Balsamone
sottolineava che le liturgie vernacolari dovevano sempre essere la traduzione di modelli greci
autorizzati, facendo pressione perché ci fosse un maggiore accordo con Costantinopoli. Balsamone
sviluppò la tradizione di raffinati commentari riguardanti le leggi canoniche, fornendo molti esempi di
comportamenti cristiani illeciti o inappropriati documentati alla fine del dodicesimo secolo.
Nonostante l’immenso sconvolgimento causato dall’occupazione latina di Costantinopoli dal
1204 al 1261, questo alto livello di cultura giuridica fu mantenuto dal patriarca esiliato a Nicea e
altrove da vari tribunali ecclesiastici. Testimonianze dell’applica  zione di leggi si conservano nelle
sentenze del tredicesimo secolo promulgate dagli arcivescovi Demetrio Comateno di Ocrida e Giovanni
Apokaukos di Naupatto. Anche oggi possiamo ammirarne la capacità di giudizio, ad esempio nella
concessione di un divorzio causato da un profondo odio che aveva impedito la consumazione del
matrimonio perfino dopo che la coppia era stata rinchiusa per una settimana, o nel caso in cui a una
schiava accusata di furto fu risparmiata la perdita dell’unica mano rimastale, così come richiesto dal
proprietario, sulla base del fatto che una ulteriore mutilazione ne avrebbe reso impossibile la
sopravvivenza.
Nel quattordicesimo secolo tra i legali di spicco figurarono Matteo Blastares, che cercò di conciliare le
leggi canoniche e civili nel suo Syntagma kata stoicheion, un trattato in ordine alfabetico diviso in
sezioni secondo gli argomenti, nel quale il diritto canonico precede la norma civile relativa alla stessa
questione, e Costantino Harmenopoulos, che pubblicò il suo Pmcheiron nomon («prontuario di leggi»)
nel 1354. La sua opera, in sei libri, intitolata quindi Hexabiblos, divenne uno dei più notevoli contributi
alla legge medievale, e fu subito tradotta in serbo, così come il Syntagma di Blastares. Harmenopoulos
redasse anche una selezione di canoni, Epitome canonon, con commenti su questioni di diritto
ecclesiastico, e Blastares scrisse brevi compendi canonici, inni e opere teologiche, così come pure un
elenco di termini giuridici latini. Un tribunale distrettuale di Tessalonica conserva similmente una
testimonianza di giudici che citavano correttamente il codice di Giustiniano e ne utilizzavano le norme
assieme alle leggi allora in vigore.
Nella stessa Tessalonica, dove compose la sua orazione Sui doveri del sovrano (citata sopra),
Tommaso Magistro invocò il rispetto per la legge al di là del dovere del governante di incoraggiarne
una conoscenza estesa e approfondita, poiché, come egli sostiene, «le leggi furono originariamente
promulgate e sono ancora nel complesso sostenute dalla conoscenza (...) e la conoscenza è per gli
uomini una cosa unica, la più proficua e la più preziosa - semplicemente perché, oltre agli altri suoi
benefici, essa innalza gli uomini al di sopra della statura umana». Egli   insiste poi sul fatto che sia lo
stato che il sovrano debbano promuovere la cultura, coltivarla e renderla accessibile a tutti. Laddove la
legge bizantina continuava a adeguarsi alle condizioni di un impero ora molto ridotto in dimensioni e
potere, avvocati, giudici ed ecclesiastici dalla formazione giuridica continuavano a mostrare orgoglio
per il proprio sistema legale.
Come tutte le società, Bisanzio assistette a casi nei quali si abusava della legge, ad esempio in
occasione di matrimoni sciolti per consanguineità, o nel linciaggio contrario a ogni legge
dell’imperatore Andronico I nel 1185. Molte sentenze comportarono un certo livello di violenza, ad
esempio nella punizione dei ribelli, ma il sistema legale bizantino si basò su principi ben distinti dalla
giustizia arbitraria diffusa tra le popolazioni non romane. La sua superiorità fu avvalorata dall’adozione
del diritto civile e canonico ben oltre i confini dell’impero, sia nel tempo che nello spazio, in modo
particolare attraverso le traduzioni dell'Hexabiblos di Harmenopoulos. In effetti, dopo la guerra di
indipendenza greca del 1821, il nuovo stato adattò e aggiornò i sei libri come base del codice legale che
rimase in vigore fino al ventesimo secolo.
Il profondo rispetto bizantino per il diritto influenzò forse anche un altro tratto saliente di quella
civiltà: la nozione di guerra giusta. Tale idea si sviluppò durante i secoli medievali per giustificare sia i
tentativi di riconquista del territorio imperiale, sia le guerre difensive destinate a proteggere l’impero e
a prevenire ulteriori perdite. Bisanzio utilizzò un’abile diplomazia al fine di evitare l’azione militare
con trattative e negoziati. Imperatori e generali che dedicarono i propri sforzi allo studio dell’arte
militare evidenziarono sempre il bisogno di evitare la guerra quando possibile. E quando essa si
dimostrò inevitabile, cercarono mezzi legali per giustificarla. Già nel dodicesimo secolo i crociati occidentali
condannarono questo affidarsi alla diplomazia come indice della codardia bizantina, ma l’impero
continuò tuttavia a evitare, quando possibile, inutili spargimenti di sangue.
Questa linea di condotta può essere forse connessa alla preferenza bizantina per la mutilazione
fisica, rispetto alla pena capitale. Essa riflette inoltre il particolare status di sacerdoti ordinati
e   monaci all’interno dell’impero, che proibiva loro di prendere parte alle azioni militari. Fu loro
concesso di benedire le truppe e pregare per la loro vittoria, ma preti e monaci non prendevano le armi.
Quantunque l’imperatore e il patriarca si trovassero d’accordo nel promuovere le politiche
cristiane, essi mantennero i propri sistemi legali distinti. Insistendo su una sfera diversa per la Chiesa,
governata da leggi proprie, Bisanzio gettò i semi per la nascita di uno stato laico amministrato dalla
legge civile. Insieme stato e Chiesa rifletterono a Bisanzio il profondo rispetto per le leggi scritte, che
ebbe una marcata influenza sugli stati confinanti.
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FINE Parte 1.